Quando la vita cambia colore


di Lisa Galli: un blog per i malati, per i loro familiari, per chi li cura e per quelli detti sani

La relazione come strumento di cura

giugno15

Quando un medico entra in relazione con una persona che deve curarsi, ha bisogno che questa si fidi di lui. Nel momento dei colloqui occorre costruire una buona alleanza terapeutica per fare l’anamnesi, spiegare la diagnosi e la prognosi.

L’Alleanza Terapeutica non è un optional, ma la base di ogni percorso di cura dove chi cura ascolta chi è curato e viceversa. Molte volte i medici consigliano terapie confidando in “bravi malati” che assumano le medicine proposte.

A volte, però, in corso di trattamento, i medici stessi si accorgono di non avere “bravi malati”.

Se una persona che si cura non assume le terapie così come le vengono prescritte, per il medico rientra nella categoria del “cattivo paziente”.

Non esistono “cattivi pazienti” esistono solo alleanze terapeutiche non adeguate.

La differenza tra i pazienti la si trova nelle loro storie che, se conosciute dal curante, possono favorire una reciproca comprensione. In base alla propria esperienza il malato ha una rappresentazione mentale di ciò che sta vivendo, come anche il medico ha la sua idea della persona che ha davanti.

Quando partecipo ai colloqui che i medici fanno ai malati e ai familiari può emergere che le terapie non sempre vengano assunte come dovrebbero per paura degli effetti collaterali o perché non se ne comprende la necessità o perché non ci si vuole sentire troppo malati.

“Perché Signor Rossi non vuole curarsi come le viene consigliato?” ho chiesto una volta.

“Perché il medico mi riempie di medicine, ma io non mi sento messo così male da doverle prendere tutte, allora per un po’ me le ricordo e poi le dimentico, ma solo perché mi sento bene.”

“Ma per lei cosa vuol dire prendere le medicine?”

Silenzio.

Ho insisto.

“Mi piacerebbe saperlo, perché chi la cura non riesce a capire il suo comportamento.” “Per me prendere le medicine è come dire che sono malato, ma non mi sento malato.” “Se si sentisse malato si sentirebbe simile a chi?” “A mio padre che è morto due anni fa e io non sono messo male come lo era lui”.

Ecco cosa sono le rappresentazioni mentali: associazioni libere della nostra mente che possono danneggiarci anziché proteggerci, perché ci allontanano da corretti esami di realtà.

Genitori e figli: compiti per la scuola

febbraio23
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L’ultimo giorno delle vacanze di Natale chiedo a Costanza se ha finito tutti i compiti.

“Certo mamma!”

“Mi fai leggere le frasi che hai scritto?”
 
Doveva inventarne sei con le parole: familiare, gladiatore, genio, compagnia, cosciente e cielo.
Leggo.
 
“Non dirlo a nessuno è un segreto familiare!”
E qua riconosco le parole di mio marito e mie a proposito dell’essere riservati.
Vado avanti nella lettura.
 
“Wow! un gladiatore!” 
“Scusa Costanza, ma questa non mi sembra proprio proprio una frase.”
“Ma perché non la sai leggere tu. Guarda che ti faccio vedere!”
Prende il quaderno, sgrana gli occhi neri a più non posso e con un tono di voce stupito esclama:
“Wow! Un gladiatore!”
Mi verrebbe da voltarmi, perché per un attimo penso veramente d’avere un gladiatore alle mie spalle.
Vorrei ridere, ma non lo faccio.
 
Continuo a leggere.
“Non sfregare la lampada uscirà un genio”.
Lascio correre.
“Vorrei un po’ di compagnia.”
Non ci casco.
“Sei molto cosciente.”
Ha un suo perché.
“O che bel cielo!”
Di quest’ultima sono certissima che lei la leggerebbe da farmi pensare che ho il cielo in una stanza.
Perché devo commentare la sua creatività? Dopotutto io sono la mamma, mica la maestra.
 
Ho chiesto a Costanza l’autorizzazione a scrivere di quest’episodio, perché per entrambe può non rientrare nei segreti familiare.

La Relazione Terapeutica

dicembre5

Oggi sono qui a parlare di Guido Speranza!

 

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Qual è la tua panchina?

novembre30

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C’è panchina e panchina:

quella che spaventa, perché qualcuno vorrebbe metterti in panchina;

quella che desideri, perché sei tu che vorresti andare in panchina;

quella che, per quanto ti sforzi di cercare, non riesci mai a trovare.

                                                                                          (Lisa Galli)

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XXXIV Premio Letterario Nazionale “Flaminio Musa”

ottobre5

Ringrazio la LILT di Parma per avere conferito la Menzione Speciale per l’originalità del contenuto al mio “Ascensore”. Quando si scrive non sempre si è sicuri di essere degni di nota. La Menzione Speciale per l’originalità del contenuto mi riempie d’orgoglio. Questa volta me lo concedo.

Grazie alla Giuria che con il suo Premio mi incoraggia a continuare a scrivere.

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Ognuno ha il suo ciuccio

settembre17

Ogni oggetto è prezioso

per il valore che gli si dà

e c’è chi si ostina a non rinunciarci

                                (Lisa Galli)

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Fai la scelta giusta!

settembre15

   A volte si mettono i piedi in scarpe belle da vedere,

ma scomode da portare (Lisa Galli)

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Il potere terapeutico di un gelato

maggio3

Unknown

Prima d’entrare nella sua stanza di degenza, mi chiesi: “E ora cosa ci diciamo?” Era ricoverato da tanti giorni, informato su tutto, esausto e inappetente: insistere, perché mangiasse, non era servito a nulla. Voleva andare a casa, ma doveva rimanere chiuso in quella camera ancora per quattro giorni. Quattro giorni sono pochi? Quattro giorni sono tanti e molto lunghi per chi si trova chiuso, in isolamento da più di venti giorni, senza possibilità di sentire l’odore dell’aria. Lo trovai al telefono che stava lamentandosi, perché, il giorno precedente, era riuscito a mangiare solo un gelato: “Capisci come sono ridotto, solo un gelato sono riuscito a mangiare ed ora ho finito pure quelli! Adesso ti devo lasciare che c’è la dottoressa!” Riattaccò bruscamente la cornetta. Mi salutò dicendo sgarbatamente: “Sono senza gelati, non sopporto più nulla e nessuno, non ce la faccio più!” Allora gli dissi: “Se mi fa un sorriso le vado a prendere un gelato qua fuori, al distributore …” Lui, così austero nei nostri colloqui, mi sorrise immediatamente. Sapevo di usare una frase fuori dagli schemi, ma chi lotta per la possibile guarigione è già fuori dai soliti schemi. Quello era senz’altro il momento di insistere, allora aggiunsi: “Anzi, ho un affare da proporle …” “Che affare?” mi rispose. “Ora io esco e le vado a prenderle tre gelati da mettere in congelatore e lei mi garantisce di resistere nei prossimi giorni, senza avvilirsi, mantenendo la speranza necessaria che uscirà di qua, presto, con le sue gambe”. Guardò fuori dalla finestra. Lo conoscevo bene da sapere che era un uomo di parola e non poteva promettermelo senza pensarci, poi mi disse: “Ci sto!”  “Allora corro!” Mi alzai e, stringendogli la mano aggiunsi: “Affare fatto! Mi piace fare affari con lei, perché so che manterrà la parola data!” Non avevo soldi con me e quindi andai dalla sua dottoressa:  “Ho da proporti un affare, un ottimo investimento!”  Le raccontai del patto e lei, affondando la mano nelle tasche alla ricerca di qualche euro, rispose: “Ma compragliene anche quattro, purché resista!”  Davanti al distributore telefonai a quel signore per non sbagliare gusto. Quello, per lui, non era solo un gelato, ma l’anticamera della libertà. Tornai per dirgli: “L’affare che lei aveva con me è ora passato alla sua dottoressa … non avevo soldi e allora ho chiesto a lei il finanziamento e la sua dottoressa ha ritenuto che fosse un ottimo investimento, anzi ha talmente creduto nel progetto che ha finanziato per quattro gelati!” Come si svolsero i fatti fu terapeutico, perché lui sorrise nuovamente e mi rispose: “Io ora mi sdraio, tra poco mi portano il pranzo ed io mi sforzerò di mangiarlo … mi sforzerò, mangerò poco, ma ci proverò … poi dopo … mangerò il gelato della dottoressa … glielo dica per favore!”

 

 

 

“Panta rei”, tutto scorre

aprile10

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Sola in casa, stavo preparandomi per andare ad un convegno a Piacenza dove ero stata invitata a parlare. Mia mamma venne a salutarmi e, come fa sempre, cercò d’incoraggiarmi alleggerendo la mia tensione. Mi chiese: “Sei agitata?” La tranquillizzai: “No mamma, sono contenta perché ho scoperto una strategia per stare calma quando parlo in pubblico: pensare che tra cento anni nessuno si ricorderà che io sia esistita. Sono un genio, vero mamma?” E la guardai riflessa sullo specchio del bagno mentre mi mettevo il mascara. Lei, alzando le sopracciglia e abbassando lo sguardo con espressione dubbiosa, rispose: “Anche prima di cent’anni …”

“In effetti, hai ragione, ho esagerato, anche tra cinquant’anni …”

“Anche prima …”

Chiusi il mascara; continuammo a parlarci, guardandoci allo specchio.

“Dieci …?” chiesi, pronunciando il numero velocemente e a bassa voce, chiudendo un occhio e spalancando l’altro come quando si sa di dire una cosa esagerata.

“Anche prima …”

“Beh mamma, dimmi tu allora, tra quanto si saranno dimenticati di me?”

“Guarda Lisa, tra dieci giorni è Natale e, secondo me, quando avranno tutti i piedi sotto il tavolo per mangiare i tortellini …” si interruppe, guardò i miei occhi sullo specchio e con un sospiro finì la frase “… ecco! … per allora si saranno dimenticati di averti ascoltata oggi … già da qualche giorno!”

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L’uomo affianca chi ha bisogno del suo aiuto

aprile1

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Me l’ha detto così, come se fosse un pensiero a cui non vedeva l’ora di dare luce, forma e significato.

Si è seduto, abbiamo parlato a lungo; il suo trapianto risale a sei anni fa. E’ passato tanto tempo. Ci incontriamo ancora, qualche volta, giusto per “tenerti aggiornata su come sto”, mi dice sempre. E’ un uomo pacato, di quelli che si definiscono buoni come il pane. Mai un tono più alto, sempre un livello di sopportazione al di sopra della media. Me lo ricordo ancora, disteso sul letto dell’Unità Trapianto Midollo (UTM) ad attendere che il tempo passasse. Guardava per intere giornate il soffitto, amava rimanere concentrato nei suoi pensieri. Non era depresso, era ed è semplicemente fatto così: calmo fino al midollo. In quegli anni di terapie mi appariva come un uomo molto semplice, ma immancabilmente mi diceva una frase che andava al di là delle mie aspettative. E’ per questo che nel tempo ho imparato ad ascoltare le sue verità: inattese e profonde. Così è successo anche l’altro giorno. Mi ha detto:

“Mi dispiace portarti via del tempo che potresti dedicare a chi sta peggio”

“A me fa piacere incontrarti e sapere come stai. Ogni tanto mi viene in mente qualcuno che non vedo da tempo, che è guarito, che è fuori da qua e mi piacerebbe sapere se vive pienamente la sua nuova occasione. E’ complesso anche stare bene, perché dopo un trapianto può rimanere dentro la paura di ammalarsi di nuovo e poi, ti dirò, ci si affezziona alle persone quando si incontrano e si seguono per anni”

“Seguire … voi psicologi, i medici, a volte anche gli infermieri, usate spesso la parola seguire, ma è sbagliata, sai?”

“Non va bene?”

“Non va bene per nulla” afferma con tenerezza, comodamente seduto sulla sedia, un po’ rosso in volto, perché sa che mi vuole spiegare qualcosa a cui io non ho mai pensato.

“Non ti offendere se ti dico una cosa”

“Non mi offendo”.

“Sono i cani che seguono, perché stanno sempre un passo dietro al padrone, ma i medici gli infermieri e voi psicologi non siete mai un passo indietro, mai un passo avanti, siete sempre al nostro fianco … voi non ci seguite, ma ci accompagnate e noi sappiamo che vi possiamo trovare sempre lì …”

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