Quando la vita cambia colore

di Lisa Galli: un blog per i malati, per i loro familiari, per chi li cura e per quelli detti sani

Guido Speranza – 02

Maggio7

Quando Guido Speranza entrò nell’ambulatorio del dottore, si aspettava qualcosa di non bello, ma non avrebbe mai pensato di ricevere una notizia così terribile.

Aveva preferito andare da solo, per “non fare perdere un giorno di lavoro” alla moglie.

Si era seduto sul bordo della sedia come a dire “facciamo in fretta che ho un impegno”.

Il medico gli aveva dato la mano, gli aveva sorriso, poi era rimasto qualche secondo con lo sguardo fisso sui suoi esami.

“Quanto ci mette?!” si era detto Guido; quei secondi erano stati lunghi un’eternità, a ripensarci dopo.

Dal silenzio profondo erano passati al rumore della voce del dottore.

L’uomo aveva alzato la testa, per un attimo aveva guardato fuori dalla finestra, come alla ricerca delle parole giuste da dire, ma per quanto si cerchino, nessuno le ha ancora trovate.

“Le devo comunicare una cosa non bella….” ed aveva continuato dicendo un nome strano, di una malattia “impegnativa”, di un percorso “difficile”, sottolineando il fatto che, per quanto lui si fosse sentito solo in quel momento, i medici, gli infermieri e lo psicologo erano lì per lui.

Guido Speranza sentì quelle parole venire da lontano, non diceva nulla, ascoltava e la sua testa gli sembrava ovattata, il suono era attutito dalla sua vita che vedeva passare davanti agli occhi.

Gli sembrò, per un momento, che stesse parlando ad un altro, tanto che gli venne da girarsi per guardare alle sue spalle.

Il medico continuò a parlare, non capì perchè il signor Speranza avesse fatto quel movimento e non gli diede importanza.

Quando ebbe finito gli domandò:

“Mi dica, Signor Speranza, ha delle domande da farmi? … Tenga presente che oggi le cure ci sono, si faccia coraggio che ce la può fare…”.

Guido non disse nulla, sorrise a quel camice bianco; era tutto quello che riusciva a vedere, in quel momento, dell’uomo che gli stava di fronte.

Si alzò e quando fu sulla porta disse, guardando il dottore dritto negli occhi:

“Certo che il suo lavoro deve essere molto difficile…”

Le parole uscirono dalla sua bocca senza volerlo, ma Guido Speranza è fatto così, gli viene sempre da pensare a come stanno gli altri.

Nel dire quella frase gli sembrò, per un attimo, d’avere condiviso il peso della notizia; trovò dove appoggiare la sua sofferenza, per un attimo, ma solo per quell’attimo, mentre il medico gli strinse la mano avvolgendola con le sue, come a ripetere:

“Non è solo…”

Si dovette concentrare per trovare la strada d’uscita dell’edificio.

In seguito, mi raccontò, che quando si trovò sul vialetto per raggiungere il parcheggio, tenne la testa bassa per non vedere le persone che gli passavano accanto, per non incrociare i loro sguardi, per non fare comprendere a nessuno che “il mondo mi era appena caduto addosso…”.

Sentiva le sue gambe muoversi, con un passo lento che lui non controllava.

Poi si accorse di fissare le punte delle sue scarpe, mentre si ripeteva:

“Quelli sono i miei piedi, quelli sono i miei piedi, quelli sono i miei piedi….”

Così, all’infinito, come se avesse bisogno di ritrovare il confine del suo corpo.

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