Quando la vita cambia colore

di Lisa Galli: un blog per i malati, per i loro familiari, per chi li cura e per quelli detti sani

La sedia scomoda

giugno2

Gent.mo Ben,

mi scrive che da diversi mesi sta cercando di convincere sua moglie a rivolgersi ad uno psicologo per farsi aiutare a “sopportare la sua malattia”.

Approfitto di questa sua considerazione per scrivere a tal proposito.

Più volte mi è capitato, e succede tutt’ora, di essere contattata da familiari che desiderano inviarmi a colloquio il proprio caro.

Il sostegno psicologico non funziona così.

La persona, quando decide, e se decide, di farsi aiutare da un “professionista della mente” (come lei scrive), lo deve fare, perchè ne sente l’esigenza e non per accontentare qualcuno che ama.

Rivolgersi ad uno psicologo, perchè si vogliono affrontare problematiche relazionali o altro che fa soffrire, è diverso che pensare di rivolgersi allo psicologo perchè si ha una malattia a cui dover fare fronte.

Quando viene comunicata una diagnosi è consequenziale pensare alla propria vulnerabilità, allo stravolgimento della propria vita, alle trasformazioni del proprio quotidiano.

Il riconoscimento di un bisogno psicologico, però, avviene successivamente.

E’ ovvio che sia più facile accedere a questo tipo di professionalità se la persona ha un’abitudine mentale che l’avvicina all’ interpretazione psicologica di ciò che le accade normalmente.

Se, invece, si è molto lontani dal mondo della psicologia, occorre un tempo maggiore per potersi avvicinare ad essa senza minare la propria autostima.

E’ importante sottolineare, nell’ambito della consulenza psicologica in situazioni di malattia, che non si tratta, molte volte, di psicoterpia, ma di sostegno psicologico per quel determinato evento.

La differenza?

La psicoterapia prevede un’analisi approfondita di determinati eventi della vita della persona, può durare per diverso tempo (anche anni), va nella direzione di una conoscenza approfondita di più elementi.

Il sostegno psicologico, inteso come consulenza in situazioni di malattia, prevede una descrizione specifica di quel determinato evento, analizzando le risorse interne della persona, intese come capacità, e le risorse esterne intese come rete sociale di appartenenza.

Diciamo che si rimane più aderenti, all’interno del colloquio psicologico, alle peculiarità di una cura e di una malattia a cui occorre fare fronte insieme.

E’ per questo, gent.mo Ben, che mi permetto anche di allargare il suo discorso e di sottolineare che la malattia appartiene solo fisicamente alla persona, ma l’intera sua gestione prevede collaborazione con quanti sono vicini al malato.

La nostra vita è questione di prospettive e può trasformarsi a seconda di quanto noi decidiamo di osservare di un determinato evento.

Alle persone che seguo psicologicamente chiedo spesso di descrivere una situazione cercando di indossare gli occhiali degli altri e, naturalmente, gli altri sono coloro che, per una serie di motivi, ci sono accanto.

Quando si riesce a descrivere le proprie difficoltà utilizzando le parole che pensiamo potrebbero utilizzare gli altri, allorta le garantisco, che nulla è più come prima.

Quando devo fare un esempio a tal proposito chiedo sempre alle persone di fare questo esercizio:

all’interno di una stanza scegliete la sedia che preferite, quella che secondo voi si trova in una luce migliore e che vi appare più comoda.

Ad alta voce descrivete quello che vedete di fronte a voi.

Quando avete finito, alzatevi e sedetevi su un’altra sedia, quella che vi sembra più scomoda e nella luce peggiore e fate lo stesso esercizio di descrizione.

Ecco, quella seconda sedia rappresenta la malattia, vostra o di chi conoscete; se aveste potuto non vi sareste seduti lì, avreste, giustamente scelto una diversa posizione.

Tutti scegliamo la sedia che ci appare più comoda quando entriamo in una stanza, ma la vita ci può imporre, contro il nostro volere, di doverci accomodare da un’altra parte.

Quello che però spesso trascuriamo è che la stanza è sempre la stessa …quella è sempre la nostra vita!

Allora cosa fare?

Nella distanza che esiste tra la sedia più comoda e quella più scomoda ci sono molte altre posizioni: sono tutte quelle che possiamo trovare in relazione agli altri e a noi stessi, ma per cercarle occorre pensare che esistano.

E’ per questo che mi viene da suggerirle, Ben, che sua moglie difficilmente andrà dallo psicologo per “sopportare la sua malattia”, ma potreste andarci insieme per confrontarvi su quanto vi sta accadendo, oppure potrebbe andarci da solo (magari informando sua moglie) per esternare i suoi sentimenti e ragionamenti con un professionista, oppure attendere i tempi di sua moglie oppure altro che magari le potrà suggerire sua moglie stessa.

Ha visto Ben su quante sedie può ancora sedersi nonostante la vostra malattia?

Tante sono le sedie in una stanza quanti i punti di vista che decidiamo di prendere in considerazione per una determinata situazione.

2 Comments to

“La sedia scomoda”

  1. On settembre 12th, 2011 at 22:41 nicoletta galli Says:

    io se non avessi avuto a fianco mio marito…….non sò

  2. On marzo 21st, 2012 at 10:52 cecilia Says:

    ciao Lisa posso lasciare il mio contributo al sig. Ben….
    Ciao Ben, sono cecilia, non conosco bene la vostra storia famigliare rispetto alla malattia,che sembra aver colpito sua moglie. Le notizie che ho sono quelle apprese leggendo quanto sopra….
    Quando leggiamo o ascoltiamo storie del genere accadute aglia altri, spesso riusciamo a lascirci prendere da commenti, che sono solo nostri, riferiti alla nostra storia e che magari non abbiamo nemmeno vissuto il dolore vero.
    Al contrario quando siamo DENTRO al dolore le cose cambiano.
    Il coinvolgimente è talmente forte che a volte è difficile intravedere la linea sottile che separa il tuo dolore da famigliare e il dolore di chi è stato colpito dalla mallattia… Anche se a mio avviso, quando esiste un legame forte tra la coppia, io ipotizzerei anche un terzo dolore.
    Quel particolare dolore che nasce e crescie nella persona che è colpita dalla malattia in prima persona, ma anche nella persona che vive accanto alla persona ammalata. E’ come dire volersi fare carico del dolore dell’altro e viceversa…è a mio avviso una sorta di tutela nei confronti dell’altro.
    E qui il dolore sembra addirittura doppio perchè è come se ci si caricasse per un pezzo anche del dolore dell’altro…
    Per amore, per allegerire il carico emozionale negativo che non lascia scampo…
    E sei li che ti percepisci impotente e vorresti scaravoltare il mondo, per amore della persona cara.
    Personalmente ho vissuto tutto questo, so esattamente cosa sta vivendo, ma è pur vero che se la persona cara, non è pronta ad intraprendere percorsi diversi..noi dobbiamo essere li vigili, attenti a cogliere segnali, in un ascolto attivo a volte anche silente ma stranamente vigile..e da li provare a rilanciare un aggancio per un possibile percorso…
    Ho sentito il bisogno di lascire traccia del mio pensiero…non so se ho colto in pieno il senso del tuo dolore,che altro non è che un bisogno di un SOS di aiuto per amore verso la persona che ti vive accanto…
    Coragio sig. Ben, non sappiamo mai in queste situazioni quale sentiero percorrere. Il mio augurio, che il suo, e quello della sua donna possa trovare un raggio luminoso, propio la infondo al tunnel.
    Mi perdoni se mi sono concessa il tu, è che l’ho sentita vicina come esperienza, e mi sono presa la libertà di prendermene un pezzettino, almeno sul piano emotivo e grafico… Con sincera vicinanza Cecilia

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