Quando la vita cambia colore

di Lisa Galli: un blog per i malati, per i loro familiari, per chi li cura e per quelli detti sani

Guido Speranza – 12

Luglio15

Negli ultimi due giorni i pensieri di Guido si alternavano partendo dalla preoccupazione per se stesso per arrivare a quella per gli altri.

Sentiva tutti i muscoli contratti per la tensione.

Solo quando vide le sue bambine riuscì a concentrarsi su altro, sui loro discorsi.

Erano discorsi importanti: chiedevano giustizia su comportamenti sbagliati di una con l’altra; la più piccola voleva essere la prima a salire in macchina, la più grande voleva sedersi vicino al finestrino e dormire con la mamma alla sera “visto che stanotte non ci avete volute con voi a casa, perché preferite Pietro a noi!”

Sentenziò Gaia, soprannominata dai genitori “sotuttoio” o anche “la nataimparata”, dall’alto dei suoi sei anni.

Con lei bisogna stare attenti a quello che diremo…” pensò Guido, che non aveva ancora avuto il tempo di ragionare con Daria sul cosa dire, quando e come parlare con le bambine.

Da un lato era contento, perché “essendo un po’ grandine possono capire senza fare troppe domande e non entrare nel dettaglio su quanto decideremo di dire loro”; dall’altro, però, pensava che se fossero state più piccole, forse, sarebbe stato tutto più semplice.

I problemi da affrontare come genitori potevano essere diversi e minori, come se fosse direttamente proporzionale l’età delle figlie alla complessità delle domande, nonché delle risposte, ma soprattutto al dispiacere di vedere stare male il proprio papà.

Mentre le guardava giocare si chiese se poteva esserci un’età migliore di un’altra per vivere la malattia di un genitore … poi comprese che si stava ponendo una domanda senza risposta … “non esiste un’età migliore di un’altra, la sensazione di ingiustizia che un figlio vive nel vedere il genitore malato pervade l’animo, cambia solo la consapevolezza … anche adesso che sono adulto, se mia madre o mio padre stessero male senz’altro soffrirei molto….a pensarci bene, com’è possibile fare una graduatoria? Ognuno starà male a seconda del legame che ha con il genitore, alla propria sensibilità…ma se fosse un figlio ad essere malato?”

Quel pensiero bloccò il suo girovagare con la testa; inorridì all’idea che al suo posto potesse esserci uno dei “suoi gioielli”, come li chiamava lui.

Allora rifletté sul fatto che “forse mi è andata meglio così…meglio io di loro…”

Si ricordò di quel suo collega che aveva tre figli ed il più piccolo si ammalò di leucemia. Fortunatamente guarì e, dopo diversi anni di cure, uscì con successo dal circuito ospedaliero.

Ma Guido lo rivedeva nella sua mente, in quegli anni difficili di terapie e di cure, con le occhiaie, il viso tirato di chi spera, ma non sa cosa aspettarsi, di chi perde la serenità e si accorge che la salute è il bene più prezioso, di chi trattiene il fiato e cammina su un filo teso a mille metri d’altezza senza rete.

Quel suo collega cercava di fare del proprio meglio sul lavoro, ma non aveva più una vita sua, ogni giorno era uguale all’altro e le sue notti le aveva alternate per mesi con la moglie su una scomoda poltrona d’ospedale.

Poi tutto finì per il meglio, ma l’intera famiglia, provata da quell’estenuante esperienza, impiegò anni per trovare un nuovo equilibrio.

Guido scosse la testa per scrollarsi di dosso quei brutti pensieri, come fossero mosche che si appoggiavano su una ferita aperta.

Decise di tornare a casa da Daria e Pietro.

I suoi genitori lo salutarono sussurrandogli:

Aspettiamo che tu ci dica cosa possiamo fare per aiutarvi…”

Lui rispose: “…oggi avete già fatto molto per me…”

Mentre guidava ripensò a quel “aiutarvi” detto da sua madre e sottolineato da un cenno del capo da suo padre.

Non aveva ancora pensato alla “MIA malattia” come ad una possibile “NOSTRA malattia”, nel senso più allargato del termine. E mentre nel suo parlare con se stesso alternava i due aggettivi possessivi, il MIA con il NOSTRA, rifletté sul fatto che esisteva un corpo che portava una malattia addosso, e questo era indiscutibilmente il suo, ma esisteva anche un intero CORPO FAMILIARE che avrebbe dovuto imparare ad adeguarsi a quella nuova condizione.

Quel Corpo Familiare era composto dalla famiglia che lui stesso aveva creato, ma anche da quella d’origine da cui era partito.

Secondo lui tutti avrebbero contribuito, in un modo o nell’altro, alla sua storia di cura, sia se avessero partecipato in prima linea, sia se fossero rimasti nella retroguardia.

Nessuno poteva esentarsi da questo: nè per età, per cultura, per ruolo, o per altro ancora.

Tutti avrebbero preso parte a quel suo percorso che sarebbe diventato anche il loro ed avrebbero agito di conseguenza a seconda di come erano di carattere, di ruolo, di cultura e di età.

In sostanza, ognuno avrebbe dato in funzione di quello che era e che riusciva a dare.

C’era una porzione di malattia che rimaneva a lui, e a lui soltanto, ed era quella fisicamente più dolorosa e poi c’erano tutte le altre porzioni che avrebbe condiviso con chi avrebbe sentito rimanergli accanto:

quella psicologica, quella dei dubbi e delle incertezze, quella dello sperare di fare la cosa giusta al momento giusto, quella delle scelte.

Ed allora fu ovvia una sua perplessità e domanda:

Ma Daria ed i bambini resisteranno a tutto questo?”

E una nuova immagine arrivò alla sua mente; quel nuovo Corpo Familiare aveva una Testa che era lui stesso, un Cuore che erano Daria ed i bambini e Gambe e Braccia che erano tutti gli altri familiari.

Questo nuovo corpo avrebbe imparato a camminare in un nuovo territorio i cui confini erano dati da quegli stessi aggettivi possessivi che dovevano trovare spazio in una nuova ridefinizione: MIA, TUA, NOSTRA, VOSTRA e LORO.

E Guido scoprì tutto questo in quella semplice parola detta per rassicurarlo: “aiutarvi…”

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