Quando la vita cambia colore

di Lisa Galli: un blog per i malati, per i loro familiari, per chi li cura e per quelli detti sani

Guido Speranza – 20

Settembre9

Era stata lunga quella giornata in Day-Hospital.

Guido e Daria si sentivano stanchi e, chiusi nel loro silenzio, pensavano ad un futuro che a fatica riuscivano ad immaginarsi.

Ad entrambi sembrava di essere entrati in un mondo parallelo,  di cui conosci l’esistenza, ma ti illudi che non ti apparterrà mai.

Ed invece …

Guido appoggiò le chiavi sul mobile dell’ingresso insieme al portafoglio che accidentalmente cadde.

Quel tonfo fece uscire dal suo interno una piccola foto, di quelle che un tempo si facevano nelle cabine fotografiche pubbliche stando attenti a chiudere bene la tendina per non fare entrare la luce del sole.

Era una foto in bianco e nero.

Si vedevano bene i volti di due bambini, stretti stretti, che, con visi allegri ed occhi accesi, ammiccavano all’obiettivo.

In quello scatto fermavano, nel tempo, la spensieratezza e la gioia per la loro amicizia.

Guido la raccolse, con delicatezza, con nostalgia romantica, e si disse:

Giorgio … bisogna che gli dica qualcosa … non vorrei che venisse a saperlo da qualcuno … l’ospedale è un grande paese dove ti capita di incontrare chiunque … anche gli insospettabili come me!”

Si stupì di essersi attribuito la definizione di “insospettabile”, eppure si sentiva così, come un colletto bianco, come uno che, al di sopra di ogni sospetto, viene scoperto a rubare.

Ma lui che reato aveva commesso?

Quello di chi è caduto nella trappola della malattia; quello che fa provare un senso di colpa verso la propria famiglia anche senza aver scelto nulla.

Nessun giudice emette condanne per quel reato, perché non è un crimine e non si è commesso nessun misfatto.

Eppure Guido intuì che quest’idea, questo senso di colpa forse un po’ balzano, rischiava di lavorare come un tarlo, entrando in modo impercettibile nella sua mente di malato, per scendere in profondità nascoste ed emergere all’improvviso …come quella stessa mattina dal dottor Sforza.

Doveva scuotersi, andare oltre e concentrarsi su altro.

Fu immediata la reazione di Guido.

Prese il cellulare e chiamò Giorgio per invitarlo a mangiare un gelato al solito posto, da Oscar.

E’ buffo da grandi avere delle manie da bambini, ma avevano deciso di mantenere quel lusso:

il piacere dell’incontro accompagnato da quello della gola ed ogni volta che se lo concedevano ritrovavano un’antica felicità.

Solo con Giorgio poteva accadere una cosa simile.

Lui era il suo amico da sempre.

Erano nati con un giorno di differenza e per questo Guido si sentiva autorizzato ad atteggiarsi a maggiore.

In realtà era Giorgio il più sveglio tra i due, lui aveva fatto tutto prima di Guido.

Era stato il primo a parlare, a camminare, ad andare sui pattini, a baciare una ragazza.

Erano nati nella stessa clinica, ma a piani diversi.

I nonni di Giorgio abitavano vicino alla casa di Guido.

Erano cresciuti sempre insieme fino alla prima elementare, quando loro si trasferirono.

I bambini erano disperati, per questo fecero quella foto e si dissero “amici per sempre”.

E mantennero la promessa anche se passavano lunghi periodi senza vedersi né telefonarsi.

Ma loro lo sapevano di poter contare l’uno sull’altro.

Ogni volta che Guido pensava a Giorgio se lo ricordava come in quella foto, con quell’allegria e quella furbizia sottolineata dal ciuffo di capelli, neri corvino, che gli nascondevano un occhio.

Si rivedeva seduto sulle scale che si affacciavano al cortile della sua casa, mentre si guardavano negli occhi e giocavano al gioco del silenzio. Il primo che rideva perdeva.

A volte gli capitava di risentire nel suo ricordo le loro voci, quando ridevano perché Giorgio aveva deciso di insegnargli a pronunciare quella benedetta “R” che gli mancava:

Ripeti … Giorrrrrgio … la senti la erre, prova a dire erre…” e Guido ci provava, ma non ci riusciva; interi pomeriggi li passavano a ruggire e a ripetere, come l’ammaestratore con il suo pappagallo:

Giorrrgio!”

E alla finì Giorgio riuscì a regalare al suo amico la R, simbolo per sempre della loro amicizia.

Quando si incontravano, ed era trascorso del tempo, Guido iniziava da lontano a gridare “Giorrrrgio”, ma ormai adulto era da tanto tempo che non lo faceva.

Quel pomeriggio, però, volle regalarsi quella R e, mentre lo vide arrivare da lontano, gridò, con quanto fiato aveva:

Giorrrrrgio!”

Esattamente  in quel momento al suo fianco, però, passò una nonna con il nipote neonato in passeggino.

L’infante, a quell’urlo, si mise a piangere spaventato e la donna, presa alla sprovvista da quel grido inaspettato, si voltò infastidita e gli disse:

Lei è un maleducato!”

Guido divenne rosso in volto e cercando di giustificarsi gli uscì la frase più insensata che potesse dire alla signora:

…volevo sentirmi … bambino …”

L’anziana lo ignorò, allungò il passo con la carrozzina urlante, rassicurando il nipote “no, no, non piangere … il mostro se ne è andato …”

Guido e Giorgio si guardarono dritti negli occhi, come quando facevano il gioco del silenzio, ma questa volta nessuno dei due vinse, perché entrambi iniziarono a ridere, senza riuscire a fermarsi, tenendosi la pancia con le mani e, con due lacrimoni che scendevano lungo le guance per lo sforzo, si ritrovarono bambini.

In cuor suo, Guido, ringraziò quella sconosciuta che l’aveva sgridato.

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One Comment to

“Guido Speranza – 20”

  1. On Settembre 15th, 2010 at 20:30 nicoletta Says:

    sì caro Guido all’inizio pensi ad un futuro che non riesci ad immaginare………..poi penserai ad un passato tanto strano da credere di avere vissuto !!
    baci Guido

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