Quando la vita cambia colore

di Lisa Galli: un blog per i malati, per i loro familiari, per chi li cura e per quelli detti sani

Guido Speranza – 45

Maggio7

Guido mi scrisse di venerdì, io gli risposi al lunedì.

Quel venerdì, però, quando l’infusione della terapia terminò, lui si alzò dalla poltrona ed un po’ perché era stato fermo alcune ore, un po’ perché non aveva dormito bene nelle notti precedenti, un po’ perché gli sbalzi d’umore di quel giorno l’avevano messo a dura prova, svenne.

Mentre stava per perdere conoscenza ebbe un solo pensiero:

“Fatti forza Guido” si disse “non puoi svenire la prima volta che fai la terapia … ne hai ancora diverse da fare … fatti coraggio”, ma quelle parole non gli impedirono di accasciarsi a terra.

Riprese conoscenza pochi minuti dopo e si ritrovò nuovamente sdraiato su quella poltrona.

A prendergli la pressione e a chiamarlo trovò la sua infermiera, Valeria, e la dottoressa Zuffa che, allertata, era corsa con premura.

E lui la vide con occhi diversi.

Lei gli premeva con le dita il polso in modo delicato, ma deciso e lo esortava a riprendersi mantenendo lo stesso tono di voce, basso ma dolce:

“Guido coraggio … apra gli occhi … non è successo nulla, forza che sua sorella è qua … mi dica qualcosa … come si sente?…”

La dottoressa Zuffa era una donna massiccia e lui, da sdraiato, la vide ancora più grande, ma questa volta notò la grazia dei suoi movimenti e si sentì rassicurato dalla sua presenza.

Con un filo di fiato rispose:

“Sto bene … non so cosa mi sia accaduto …”

E la dottoressa, senza sgridarlo, ma con fare accudente rispose:

“Io invece credo di sapere cosa sia accaduto … secondo me lei stamattina dopo il prelievo e prima di iniziare la terapia non ha fatto colazione”

In un flash a Guido venne in mente l’intera giornata.

In effetti non aveva mangiato nulla.

Il suo stomaco si era chiuso nel momento esatto in cui aveva messo piede in quel luogo.

Tutte le sue forze le aveva concentrate sull’idea di uscire il prima possibile e non sul rimanere là dentro nel modo migliore possibile per lui per il tempo necessario della cura.

Ecco, adesso gli era tutto più chiaro, poteva essere arrabbiato con il suo presente, ma stava continuando a remare contro al suo futuro:

“Già” pensò “non posso permettermi di venire qua dentro arrabbiato e spaventato, perché dopo mi dimentico di me stesso … mi dimentico di volermi ancora bene …”

Poi aggiunse ad alta voce alla dottoressa:

“E pensi che io dico sempre ai miei studenti di volersi bene e di fare una buona colazione al mattino … è il pasto più importante della giornata …”

“Ecco, bravo Guido, d’ora in avanti faccia finta di essere l’allievo di se stesso e si dica le cose che deve fare, ma soprattutto si dia anche retta”

Nel sollecitarlo a questo, la dottoressa appoggiò la sua mano sulla sua spalla e la strinse leggermente per esortarlo e, guardandolo dritto negli occhi, gli sorrise in modo caldo.

Guido percepì quel calore.

Si sentì riscaldare il cuore e tutto quello che aveva pensato di quella dottoressa fino ad allora, si trasformò in altro, in comprensione per quel lavoro difficile che quotidianamente doveva svolgere.

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