Quando la vita cambia colore

di Lisa Galli: un blog per i malati, per i loro familiari, per chi li cura e per quelli detti sani

La camera di degenza: istruzioni per l’uso

giugno28

La camera di degenza di una struttura ospedaliera non appartiene ad una persona in particolare, ma all’ammalato per il tempo che la occupa.

Nel periodo di ricovero quella è la sua casa, oltrepassare la soglia senza chiedergli il permesso è una sorta di violenza che sottolinea una mancanza di confini.

Mancanza di confini?

Già.

I confini marcano un territorio entro il quale la persona può muoversi, può definirsi, può decidere, può vivere, in sintesi: può gestire la sua libertà.

Una camera d’ospedale non permette tante cose, perché chi è lì non ha deciso di entrare in quel luogo per “piacer suo” … ha dovuto decidere di entrare in quel luogo per curarsi …

Se il corpo lo si deve affidare alle cure dei professionisti, cos’è che continua ad appartenere alla persona malata in esclusiva?

La sua mente.

Quella stanza d’ospedale è il luogo in cui si muove il pensiero di chi soffre, bussare alla porta sempre e comunque e chiunque gli permette di dire un semplice:

“Avanti!”

Non è scontato dirlo, anche se è implicito il doverlo dire, ed è senza dubbio una conquista il poterlo dire, ma per pronunciare quell’”Avanti!” occorre qualcuno che bussi … familiari, medici, infermieri, psicologi, amici, inservienti in genere …

Una volta entrati nella stanza occorre stare attenti a quanto si dice:

chi viene in visita torna alla propria casa a dormire alla sera, chi viene visitato rimane in quel luogo con in testa le parole di chi ha incontrato quel giorno.

Il mondo di una persona malata mentre è ricoverata è circoscritto in quelle quattro mura … sembra vivere lì dentro in solitudine … in realtà è in compagnia dei suoi pensieri e di fatti di persone che conosce e che ha conosciuto, di familiari, di amici, di medici, di psicologi, di infermieri … quante persone in una stanza d’ospedale! … non si vedono, ma sono lì, nell’immaginario di chi si deve curare …

Bussate a quella porta ed attendete quell’avanti per aiutare chi è nella stanza a difendere e rimarcare e ricordare il proprio confine, perché è come dirgli:

“Tu continui ad esistere come persona al di là della tua condizione di malattia”

5 Comments to

“La camera di degenza: istruzioni per l’uso”

  1. On settembre 4th, 2011 at 00:21 nicoletta galli Says:

    ti senti tanto protetto in quella stanza, e al sicuro………quando ne uscirai avrai anche paura di tutto per un po’di tempo

  2. On aprile 22nd, 2012 at 21:38 E' possibile guarire dal tumore | Quando la vita cambia colore Says:

    […] entrai, dopo aver bussato, rimase disteso dandomi le spalle in segno di […]

  3. On ottobre 3rd, 2012 at 19:35 Anna Says:

    Hai ragione, gli operatori sanitari dovrebbero sempre ricordare di difendere la dignità delle persone ricoverate, non servono grandi gesti, è proprio nei gesti quotidiani che rinnovano il patto di tutela e cura, in fondo le nostre professioni giocano un ruolo importante nella relazione d’aiuto, no?
    Ma gli Ospedali sono organizzati, da tempo immemore, sui ritmi delle attività, non sui bisogni dei pazienti, purtroppo;è pur vero che si stanno facendo strada nuovi modelli organizzativi che guardano alla persona, ma resistono le abitudini come sai.
    Grazie Lisa per questa opportunità.
    anna f.

  4. On maggio 3rd, 2013 at 20:20 Il potere terapeutico di un gelato | Quando la vita cambia colore Says:

    […] d’entrare nella sua stanza di degenza, mi chiesi: “E ora cosa ci diciamo?” Era ricoverato da tanti giorni, informato su tutto, […]

  5. On giugno 12th, 2014 at 21:36 elena monari Says:

    E’ vero: in ospedale si rischia di non essere più una persona, ma un corpo e per giunta inefficiente. In seguito ad un intervento sono stata ricoverata 6 giorni, ho affidato il corpo ai riparatori, ma l’impressione è stata che non sapevano bene che farsene. Cioè: occuparsene, per il personale, è stato un peso. Sbuffi, lamentele (“sono stufa di pulire delle “passere”! Sono 15 anni che non faccio altro”) mi hanno umiliato. La mia identità? La mia libertà? Bussare alla porta? Una camera mia? Ho cambiato 4 compagne di sventura. E dovevo riprendermi velocemente, perché accudirmi era un peso. E l’inghippo (che ovviamente capita, quando non lo si vuole), mi ha fatto precipitare nel panico.
    Mah… ci sono ancora tante cose da migliorare in ospedale.

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