Quando la vita cambia colore

di Lisa Galli: un blog per i malati, per i loro familiari, per chi li cura e per quelli detti sani

La storia di Anna

gennaio5

Riporto il commento di Anna che si riferisce al post Dal diario di mia madre“. Sono certa che la sua testimonianza sia un’utile spunto di riflessione per quei genitori che trattano la malattia come un argomento tabù. Può accadere che nell’indecisione della scelta tra il dire e il non dire si pensi che il silenzio possa fare soffrire meno un figlio. La scelta del silenzio non protegge un figlio dal dolore e non lo fortifica nel fronteggiare le fatiche della vita, fa solo accentuare il senso di solitudine e di disperazione. I figli hanno la capacità di comprendere e devono essere aiutati  a diventare persone resilienti.

Ciao Lisa, mi colpisce particolarmente l’argomento che affronti in questo post perché io “non ero preparata”.
Quando si ammalò mio fratello avevo 16 anni, non ero più una bambina ma come tale fui “tutelata”.
Lui colpito da un linfoma entrava e usciva dal reparto di ematologia, stazionava fisso nell’ambulatorio prelievi, deperiva e aveva la febbre. Quando le mie domande si fecero troppo insistenti venni messa a tacere con un “ma sì, non sta bene, ma non è niente, è solo un odkin…”. Questa risposta, data con fastidio (quello che si riserva ai bambini molto piccoli quando iniziano con la serie dei perché), doveva essere risolutiva per loro. Mi avevano detto chiaramente quale patologia avesse colpito mio fratello, ma non mi avevano dato gli strumenti necessari a capire. Mi avevano detto “un nome” e tanto mi doveva bastare.
Nessuno si aspetava che io, testarda come un mulo, me ne andassi alla Biblioteca Ariostea dove ho sfogliato testi di medicina alla ricerca inutile di questo “odkin”. Poi mi venne un dubbio: e se ci fosse un’H davanti?
Lo trovai, si chiamava Hodgkin, i sintomi combaciavano … ebbi le risposte che cercavo. In modo decisamente violento.
La parte che ancora oggi mi brucia, di questo atteggiamento, è che con il loro modo di agire i miei genitori ci allontanarono. Venivo trattata da loro come la bambina che disturba, che non deve interferire, che è meglio stia lontana. Nello stesso modo, invitabilmente, mi trattava mio fratello e io sono rimasta la “bambina che non deve disturbare” fino alla bella età di 33 anni. Tanti ne avevo io, e 38 lui, quando abbiamo costruito finalmente un rapporto, quando siamo riusciti ad incontrarci e conoscerci davvero. Credo che 17 anni di lontananza emotiva si sarebbero potuti evitare se solo l’atteggiamento, per quanto in buona fede, della nostra famiglia fosse stato differente.
Ciao, Anna

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