Jennifer Denise Cheslock

Quando la vita cambia colore

di Lisa Galli: un blog per i malati, per i loro familiari, per chi li cura e per quelli detti sani

L’uomo affianca chi ha bisogno del suo aiuto

aprile1

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Me l’ha detto così, come se fosse un pensiero a cui non vedeva l’ora di dare luce, forma e significato.

Si è seduto, abbiamo parlato a lungo; il suo trapianto risale a sei anni fa. E’ passato tanto tempo. Ci incontriamo ancora, qualche volta, giusto per “tenerti aggiornata su come sto”, mi dice sempre. E’ un uomo pacato, di quelli che si definiscono buoni come il pane. Mai un tono più alto, sempre un livello di sopportazione al di sopra della media. Me lo ricordo ancora, disteso sul letto dell’Unità Trapianto Midollo (UTM) ad attendere che il tempo passasse. Guardava per intere giornate il soffitto, amava rimanere concentrato nei suoi pensieri. Non era depresso, era ed è semplicemente fatto così: calmo fino al midollo. In quegli anni di terapie mi appariva come un uomo molto semplice, ma immancabilmente mi diceva una frase che andava al di là delle mie aspettative. E’ per questo che nel tempo ho imparato ad ascoltare le sue verità: inattese e profonde. Così è successo anche l’altro giorno. Mi ha detto:

“Mi dispiace portarti via del tempo che potresti dedicare a chi sta peggio”

“A me fa piacere incontrarti e sapere come stai. Ogni tanto mi viene in mente qualcuno che non vedo da tempo, che è guarito, che è fuori da qua e mi piacerebbe sapere se vive pienamente la sua nuova occasione. E’ complesso anche stare bene, perché dopo un trapianto può rimanere dentro la paura di ammalarsi di nuovo e poi, ti dirò, ci si affezziona alle persone quando si incontrano e si seguono per anni”

“Seguire … voi psicologi, i medici, a volte anche gli infermieri, usate spesso la parola seguire, ma è sbagliata, sai?”

“Non va bene?”

“Non va bene per nulla” afferma con tenerezza, comodamente seduto sulla sedia, un po’ rosso in volto, perché sa che mi vuole spiegare qualcosa a cui io non ho mai pensato.

“Non ti offendere se ti dico una cosa”

“Non mi offendo”.

“Sono i cani che seguono, perché stanno sempre un passo dietro al padrone, ma i medici gli infermieri e voi psicologi non siete mai un passo indietro, mai un passo avanti, siete sempre al nostro fianco … voi non ci seguite, ma ci accompagnate e noi sappiamo che vi possiamo trovare sempre lì …”

Seconda puntata di Guido Speranza

gennaio17

E’ uscita la seconda puntata di Guido Speranza, “La malattia: una mia parte, non tutta la mia persona” . Guido vi aspetta con i vostri commenti!

 

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Guido Speranza è il nuovo blog d’autore per la Gazzetta di Modena

gennaio16

Udite, udite, cari lettori, c’è una grande e bella novità!

Una delle categorie che in questi anni ho scritto in queste pagine è diventata un blog d’autore per la Gazzetta di Modena: Guido Speranza.

E’ proprio così, il mio personaggio di fantasia da oggi acquista una vita indipendente da “Quando la vita cambia colore” e lo potrò scrivere per la testata giornalistica della mia città. Questo mi rende molto felice, perché sono convinta che la storia di Guido Speranza possa essere utile a molti in un confronto per somiglianza e differenza. Spero proprio che lo seguirete in massa e che lascerete i vostri utili consigli, come avete fatto in questi anni.

Continuerò a scrivere anche  su Quando la vita cambia colore. Sono convinta che il virtuale possa permettere a molte persone, che per motivi diversi non accedono ad un percorso di sostegno psicologico, di poter portare avanti un personale percorso introspettivo.

Ringrazio molto la mia amica Rossana Vandelli che, con la sua abilità grafica, è riuscita a dare un volto a Guido Speranza. Appena l’ho visto ho capito che era lui, spero che lo sosterrete nel suo cammino di vita.

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Ringrazio la Gazzetta di Modena, in particolare il Direttore Enrico Grazioli e il giornalista Andrea Marini che credono nel progetto di Guido Speranza. Oggi, sulla Gazzetta di Modena, nella sezione cultura, troverete la descrizione del progetto e la prima puntata.

 

L’amicizia nelle storie di tumore

luglio18

Gentilissima Mary,

la sua storia è molto particolare, perché mi chiede una consulenza per una difficoltà relazionale che ha con un’amica malata che, per lei, è come una sorella. Con le sorelle accadono incomprensioni, come con gli amici, a volte però fanno stare peggio.

La sua amicizia con questa donna dura da diversi anni.

In seguito ad un tumore al seno ha voluto e potuto starle vicina aiutandola nei momenti di difficoltà ed instaurando con lei un legame ancora più profondo. Quando è stata ricoverata per lungo tempo, ogni mattina ed ogni sera la sua amica l’aggiornava sulla propria condizione con un sms.

Ora c’è stata una recidiva e la malattia sta avanzando e la sua amica, improvvisamente, ha preso le distanze da lei e solo con lei, non con altre persone  che vede oppure che sente per telefono.

Forse ha ragione, i farmaci senz’altro incidono e possono portare irritabilità, ma se così fosse la sua amica non riuscirebbe ad essere selettiva come lei dice, nel senso che si dimostrerebbe scontrosa anche con gli altri.

Riconduce il cambiamento ad un momento in particolare, a quando la sua amica si è lamentata con lei perché aveva dato il numero del suo cellulare ad una signora sua compagna di stanza. La sua amica non ha compreso il gesto e ha pensato che volesse controllare le sue condizioni al di là della comunicazione che già esisteva tra voi due.

Lei, invece, dice che in realtà ci fu lo scambio dei numeri per un altro motivo che non specifica.

Da allora, la sua amica l’ha completamente allontanata.

Gentilissima Mary, io la ringrazio per avermi scritto, perché la sua storia e la sua richiesta mi permettono di evidenziare un aspetto psicologico di chi fa un percorso di cura per combattere una malattia.

Si perdono i confini.

Già.

Forse la sua amica le ha concesso più spazio di quanto avrebbe voluto e molte volte accade che chi sta male vuole mantenere la propria riservatezza anche con i compagni di stanza.

Io suggerisco sempre ai parenti ed agli amici di non creare legami con chi condivide la camera di degenza, perché questo spazio deve essere gestito solo ed esclusivamente da chi la malattia la porta addosso. E’ uno dei pochi confini che la persona malata continua a poter gestire in autonomia, come il telefono al quale può scegliere se rispondere.

Mi chiede un consiglio, perché non sa come recuperare la sua amicizia.

I veri amici sanno attendere.

Riprenda l’abitudine di un sms al giorno e garbatamente continui a rimanerle accanto, senza pretese, senza richieste, senza spiegazioni, semplicemente dimostrandole il suo affetto di sempre.

Mi auguro che lei e la sua amica sappiate andare oltre alle incomprensioni del momento e non perdiate l’occasione di rimanervi accanto.

Le invio cordiali e l’augurio di riconquistare la sua amica.

Dott.ssa Lisa Galli

Quanto una malattia può condizionare una relazione?

luglio4

A volte, proprio chi si ama di più, viene attaccato e sottoposto alla pesantezza di frasi inopportune e ciniche.

 

Il 21 giugno ho pubblicato l’articolo “La malattia motiva la persona al cambiamento di sé?”

Uno dei commenti apparsi è di Simonetta.

Ho preferito rilanciarlo per non perdere il suo importante contributo e per rispondere ad una sua domanda specifica.

Questo è l’intervento di Simonetta.

“salve … il mio fidanzato ha subito un trapianto di staminali 3 anni fa per curare la leucemia … leggo di storie di persone cambiate in meglio, motivate e migliori di prima … lui invece è cambiato … ma in peggio e questo non l’ho visto solo io, ma anche suoi amici di infanzia … è molto aggressivo, cinico, sempre depresso (è in cura per questo), senso di inferiorità, impotenza ecc … sembra che abbia ereditato la personalità del fratello donatore … L’Angelo buono e dolce che conoscevamo è solo un ricordo … come mai?? non riusciamo a dare una spiegazione … eppure non l’ho mai abbandonato un istante durante il difficile cammino … ho anche chiesto spiegazioni se è dovuto magari che non è più innamorato di me … eppure non ho mai una chiara risposta che dia una spiegazione e, anche io, sto gettando, ormai esausta, la spugna …

grazie”

Questa è la mia risposta.

Gentilissima Simonetta,

molte persone che leggono il mio Blog si trovano a vivere storie simili alla sua.

Tramite lei desidero rispondere anche a loro.

Non conosco direttamente il suo fidanzato, ma per la mia esperienza professionale posso verosimilmente descriverle quanto lui sta vivendo e sperimentando su di sé.

Non esiste un tempo preciso durante il quale una persona elabora l’idea e la condizione della sua malattia: ogni malato è a sé e così anche chi gli è accanto.

La diagnosi di leucemia e la cura (che prevede anche il trapianto), richiedono degenze impegnative.

Nel periodo della cura la persona deve passare dall’idea di Sé sana all’idea di Sé malata, quindi vulnerabile, quindi a rischio di vita.

La parola stessa, Leucemia, molte volte mi è stata descritta con una sua fisicità, con una sua pesantezza, come un “sasso che si ferma in gola che non riesco a mandare giù, qualsiasi cosa mi dicano gli altri”.

La malattia ed il suo percorso terapeutico portano, prima, dopo e durante, un grande senso di impotenza, ma anche di sofferenza psicologica, di frustrazione, di paura di morire e molto altro ancora.

Spesso ci si isola, perché sembra che nessuno possa comprendere e condividere tanta angoscia ed anche si cerca di proteggere chi si ha accanto.

Perché?

Ho un elenco di alcune possibili risposte e gliele scrivo perché lei possa trovare un personale spunto di riflessione:

  • perché si dà per scontato che chi ama non se ne andrà mai;
  • perché si ha paura di perdere l’oggetto del proprio amore ed è come volersene allontanare prima di venirne allontanati;
  • perché non ci si sente all’altezza della situazione;
  • perché si pensa che gli altri non possano assolutamente capire cosa si vive nella condizione di persona malata;
  • perché non ci si rende conto che la malattia colpisce una persona, ma anche l’intero Sistema Famiglia (di cui le fidanzate fanno parte);
  • perché non si sta bene con se stessi e questa insofferenza ha una ricaduta sulla relazione con gli altri;
  • perché si vorrebbe lasciare libera una persona, perché si pensa di non poterle più offrire nulla e si rimane a lungo in dubbio se lasciare, essere lasciati o continuare insieme;
  • perché si pensa di essere sfortunati;
  • perché si vorrebbe andare via, fuggire lontano, come se esistesse un posto dove si può non portare la propria malattia;
  • perché si tollera meglio il proprio dolore di quello che si vede negli occhi di chi si ha accanto;
  • perché si pensa che forse sarebbe stato possibile evitarlo;
  • perché si ha paura che tutto sia inutile …

In realtà per ognuna di queste affermazioni esistono più interpretazioni, ma il filo rosso che hanno in comune è il bisogno di non perdere mai la speranza … e  la speranza è alimentata dagli incoraggiamenti, da aspettative non troppo alte, dal prendere la vita giorno per giorno … è difficile essere malati, ma è molto complicato anche essere la persona che sceglie di rimanere accanto a chi porta addosso una malattia.

E’ un compito fatto di salite e di discese, ma anche di pianure che vanno godute nel momento in cui si presentano.

Il percorso di cura porta ad una ridefinizione di Sè che non sempre è immediata … nella sua situazione specifica, gentilissima Simonetta, c’è anche la donazione di midollo … qualcosa che appartiene ad altri che lo donano e verso i quali si è riconoscenti … ma com’era il rapporto con il fratello prima della donazione? Lei scrive “sembra che abbia ereditato la personalità del fratello donatore” … pur sapendo che le personalità non si ereditano in questo modo mi chiedo quanto questo pensiero possa appartenere a lei ed al suo fidanzato … sembra quasi che esistesse, prima della donazione, l’idea di un fratello buono come un Angelo (per usare le sue parole) ed uno meno Angelo, ma sano … tanto da poter donare il proprio midollo … ma forse questo fratello non è così terribile da temere di averne ereditato il carattere … ho conosciuto fratelli che si sono rifiutati di donare … non è così scontato sottoporsi al trapianto … forse questo fratello non è così malvagio e forse il suo fidanzato non assomiglia a nessuno … è sempre lui, magari spaventato e preoccupato e con difficoltà ad elaborare una ridefinizione di se stesso …

Grazie Simonetta per la fiducia che mi ha dimostrato nello scrivermi … mi auguro di esserle stata d’aiuto, le sono vicina nella consapevolezza di quanto sia emotivamente faticoso il lavoro della fidanzata di chi si deve curare.

La camera di degenza: istruzioni per l’uso

giugno28

La camera di degenza di una struttura ospedaliera non appartiene ad una persona in particolare, ma all’ammalato per il tempo che la occupa.

Nel periodo di ricovero quella è la sua casa, oltrepassare la soglia senza chiedergli il permesso è una sorta di violenza che sottolinea una mancanza di confini.

Mancanza di confini?

Già.

I confini marcano un territorio entro il quale la persona può muoversi, può definirsi, può decidere, può vivere, in sintesi: può gestire la sua libertà.

Una camera d’ospedale non permette tante cose, perché chi è lì non ha deciso di entrare in quel luogo per “piacer suo” … ha dovuto decidere di entrare in quel luogo per curarsi …

Se il corpo lo si deve affidare alle cure dei professionisti, cos’è che continua ad appartenere alla persona malata in esclusiva?

La sua mente.

Quella stanza d’ospedale è il luogo in cui si muove il pensiero di chi soffre, bussare alla porta sempre e comunque e chiunque gli permette di dire un semplice:

“Avanti!”

Non è scontato dirlo, anche se è implicito il doverlo dire, ed è senza dubbio una conquista il poterlo dire, ma per pronunciare quell’”Avanti!” occorre qualcuno che bussi … familiari, medici, infermieri, psicologi, amici, inservienti in genere …

Una volta entrati nella stanza occorre stare attenti a quanto si dice:

chi viene in visita torna alla propria casa a dormire alla sera, chi viene visitato rimane in quel luogo con in testa le parole di chi ha incontrato quel giorno.

Il mondo di una persona malata mentre è ricoverata è circoscritto in quelle quattro mura … sembra vivere lì dentro in solitudine … in realtà è in compagnia dei suoi pensieri e di fatti di persone che conosce e che ha conosciuto, di familiari, di amici, di medici, di psicologi, di infermieri … quante persone in una stanza d’ospedale! … non si vedono, ma sono lì, nell’immaginario di chi si deve curare …

Bussate a quella porta ed attendete quell’avanti per aiutare chi è nella stanza a difendere e rimarcare e ricordare il proprio confine, perché è come dirgli:

“Tu continui ad esistere come persona al di là della tua condizione di malattia”

Consulenza Psicologica: La malattia motiva una persona al cambiamento di sé?

giugno21

A volte le persone mi chiedono perché, nonostante la malattia, non siano cambiate.

Allora io domando loro:

“Perché qualcuno dovrebbe modificare aspetti del proprio comportamento solo perché si è casualmente ammalato?”

La risposta, solitamente, è la medesima:

“Come perché? Perché con questa cosa che mi è capitata pensavo che fosse ovvio e doveroso migliorare …”

In effetti altri mi raccontano di essere migliorati proprio “grazie” alla malattia:

“Forse, se non ci fosse stata questa bestiaccia, sarei rimasto come prima … avrei dato per scontato tante cose …”

Sarà vero che alla malattia debba essere attribuito il merito dei cambiamenti individuali e relazionali degli esseri umani?

E’ certo che una malattia condiziona le vite delle persone che coinvolge entrando prepotentemente nelle loro famiglie, determinando un trauma da superare. Si rivivono nel presente esperienze del passato:

“Quando mi sono ammalato ho ripensato a come mio padre aveva affrontato la sua malattia … ho ripensato al mio amico … ho pensato che non ce la farò, proprio come è capitato a mia sorella”

Ognuno ha associato, nella propria mente,  più significati ed immagini alla parola “malattia” ed improvvisamente l’antica memoria si presenta a far rivivere emozioni che si credevano scordate.

Bisogna sempre fare i conti con le proprie rappresentazioni mentali, con le idee confuse che affollano la mente e l’anima, come se fosse necessario trovare la risposta ad un unico interrogativo: la malattia può cambiare o no le persone?

C’è chi innalza aspettative irraggiungibili pretendendo da se stesso e dagli altri trasformazioni impossibili da realizzare, perché non motivate da bisogni interni.

In realtà si cambia solo se si desidera cambiare, se si pensa di dover cambiare, ma soprattutto se si vuole cambiare.

Molti sentono la necessità di trovare una logica in quanto accade loro e nella volontà di soddisfare quest’esigenza rischiano di attribuire meriti alla malattia e non a se stessi.

La malattia è una lente di ingrandimento che mostra gli esseri umani per come sono:

chi trasforma aspetti del proprio carattere, riesce in quest’impresa perché si dà il tempo di riflettere su se stesso.

Allora ecco una terza interpretazione:

il merito delle trasformazioni appartiene sempre e solo a colui che decide del proprio stile di vita, non è mai della malattia.

Cosa fa lo psicologo?

aprile4

Mi accorgo sempre più spesso che do per scontato che le persone conoscano a fondo il lavoro dello psicologo-psicoterapeuta.

Ma non è così.

Chi deve fare fronte a percorsi di malattia e di cura, forse non ha mai utilizzato prima questa professionalità, forse la conosce per sentito dire o forse ritiene di non averne bisogno.

Allora ho  deciso di usare questo spazio per provare a fare comprendere, ancora meglio (se necessario) in cosa consiste il lavoro di uno psicologo-psicoterapeuta.

Prendo in prestito una favola di Esopo che si intitola:

Il pipistrello e le due faine.

 

Una notte, un pipistrello cadde accanto ad una tana di una faina.

La faina, veloce, lo afferrò e mentre lo azzannava gli disse:

“Come osi sfidarmi, brutto uccellaccio! Io, per natura, sono vostra nemica, e ora ti mangio!”

Allora il pipistrello si liberò dalle unghie affilate della faina e disse:

“Ma io non sono un uccello, non ho né piume né penne! Io appartengo alla razza dei topi e ne vado molto fiero!”

La faina dovette ammettere che penne non ne aveva e così lo lasciò libero.

Poco tempo dopo, sempre di notte, il pipistrello cadde accanto alla tana di un’altra faina.

Questa furibonda lo afferrò e gli disse:

“Detesto i topi, come hai potuto avvicinarti alla mia tana? Ora ti mangio!”

Il pipistrello allora prontamente rispose:

“Ma io non sono un topo, sono un uccello! Certo la mia testa ed il mio corpo assomigliano a quelle del topo e ciò potrebbe trarti in inganno, ma non vedi che ho le ali con cui grazie al cielo posso volare in alto nell’aria?”

E così la faina, che non poteva confutare tale affermazione, lo liberò ed il pipistrello sfuggì anche questa volta.

 

Ecco cosa fa lo psicologo-psicoterapeuta quando interviene nelle storie di malattia e di cura: cerca di aiutare la persona a vedersi, descriversi e percepirsi in modo diverso, perché anche se malata, possa entrare nell’idea che la malattia è una sua parte e non tutta la sua persona.

La malattia è come quella faina che hai paura che ti mangi, ma nel momento più difficile tu sei fortificato e pronto a dire:

“ Faina di una malattia! io non sono solo malato, sono anche malato, ma questa è una mia parte, non tutta la mia persona, perché io sono ancora figlio, genitore, fratello e molto altro ed a chi ho intorno posso fare vedere altri aspetti del mio essere per continuare ad avere fiducia nel mio futuro!”

Psicologia del malato e del suo familiare

marzo7

In questi anni di lavoro con i malati e le loro famiglie in ambito ospedaliero e domiciliare, mi risulta sempre più evidente quanta capacità professionale queste persone debbano mettere in campo.

Perché capacità professionale? Perché fare il malato ed il familiare di un malato diventa un lavoro che non si sceglie, ma che richiede dedizione ed attenzione 24 ore su 24, senza possibilità di ferie, ma, soprattutto senza possibilità di scegliere se si desidera svolgere questa nuova attività.

E’ un lavoro che richiede di fare tesoro della propria esperienza maturata sul campo ed il nuovo professionista deve imparare un nuovo linguaggio da condividere con i medici, gli infermieri e gli psicologi. Inoltre occorre  imparare a relazionarsi con persone nuove che si devono conoscere perché la malattia lo impone. Uso il termine imporre nel senso della scelta limitata; si può decidere di andare da un professionista o da un altro perché non convinti dalla scelta iniziale, ma si dovrà, in ogni caso, rivolgersi ad un professionista al quale si affida tutto, cioè la propria vita.

Perché parlo di professione del malato e del familiare? Perché vorrei sensibilizzare chiunque legge questo Blog a documentarsi presso le Associazioni di Volontariato, presso i patronati o i professionisti del settore per essere informati sui Diritti di cui può usufruire. A tal proposito vorrei segnalare il sito dell’AIMAC – Associazione Italiana Malati di Cancro (www.aimac.it) dove si possono trovare tutte le informazioni necessarie per rimanere aggiornati. Da parte mia cercherò di pubblicare degli articoli a tal proposito documentandomi presso AIMAC attraverso l’Avvocato Elisabetta Iannelli che da anni si dedica a quest’aspetto della malattia.

Rimanere aggiornati sui propri Diritti fa parte del lavoro del malato e del familiare del malato e può aiutare le persone a migliorare la propria qualità di vita.

Risposta a Francesca

ottobre5

Gentilissima Francesca,

mi scrive che ha 39 anni, vive in una grande città del Centro Italia, è sposata ed ha due figlie. Le hanno diagnosticato un tumore al seno che non risponde alla chemioterapia ed ora hanno trovato delle metastasi nel fegato. In seguito a queste ultime vicende si trova a fare fronte ad una depressione.

Mi chiede di aiutarla a tornare a combattere per le sue figlie e per suo marito. Lei sta già combattendo e lo sta facendo a partire proprio da questa depressione che la spaventa tanto.

Questo periodo di depressione è necessario per attivare la sua Resilienza.

La Resilienza è un’insieme di capacità che ogni persona possiede, ma non tutti sono in grado di attivarla; si sviluppa su fattori esterni, come la sua famiglia e l’ambiente nel quale vive, e fattori interni che appartengono alla sua sfera personale.

Quelli interni, che emergono da quanto mi ha scritto, sono dati dalla sua voglia di vivere, di continuare a voler essere moglie e madre, in sostanza, derivano dalla sua volontà introspettiva di trovare altri nuovi punti di forza.

Lei è anche ricca di iniziativa, perché persiste nella ricerca per capire i suoi problemi in modo da poterli affrontare e controllare.

Tutto questo è parte della sua Resilienza.

Ci sono quattro livelli su cui vorrei portare la sua attenzione: quello delle sue figlie, quello di suo marito, quello di chi le è accanto anche se non la conosce ed infine, ma non ultimo, il suo.

Partiamo da quello delle sue figlie.

Mi chiede di aiutarla a ritrovare la fiducia nel suo futuro per il loro bene.

Questo vuol dire che, nonostante le sue difficoltà di salute, vuole prima di tutto continuare ad essere madre pensando a loro più che a se stessa. In questo momento lei sta facendo molto, perché sta continuando ad insegnare loro come si fa fronte alle difficoltà che la vita pone davanti.

Una madre può insegnare più di questo?

Quello di suo marito: il grande amore della sua vita che lei ha scelto di seguire negli spostamenti della sua professione, non lasciandolo solo, ma rimanendogli accanto. Lei ha permesso alla sua famiglia di mantenere una stabilità nonostante i trasferimenti che lei conosce e che per privacy non riferisco.

Quello di chi le è accanto anche se non la conosce: mi riferisco a quanti leggeranno questo blog e diventeranno partecipi della sua storia … forse anche intervenendo con un commento.

Lei mi ha autorizzato a rispondere alla sua richiesta tramite il web e, quindi, la sua esperienza diventerà utile per altri che, come lei, stanno cercando la forza di reagire.

Chi conoscerà la sua storia apprezzerà la sua volontà di cercare stimoli per andare avanti e “continuare a combattere” (per usare le sue parole).

Poi c’è il suo livello: questo non è secondario, ma l’ho riportato per ultimo perché credo che sia la percezione che lei ha di se stessa, cioè di venire dopo la felicità degli altri, di essere motore per la felicità degli altri, di non essere depressa per amore degli altri. Gli altri sono la sua famiglia, ovviamente.

All’inizio ho affermato che la sua depressione è utile quanto necessaria, perché esiste un tipo di depressione che si chiama Reattiva e si manifesta quando si è sottoposti ad un evento traumatizzante. Nella fase di depressione reattiva le persone devono darsi il tempo di adattarsi alla nuova situazione per attivare la propria Resilienza.

Un tumore è un evento traumatizzante, ma nonostante questo, il suo primo pensiero è rivolto alle sue figlie, che sono tristi e preoccupate per lei come lo è suo marito.

Io la ringrazio per la fiducia che mi ha dimostrato nello scrivermi e per la possibilità che mi ha dato di fare conoscere la sua storia a quanti hanno bisogno di incoraggiamento.

Lei ha le capacità necessarie per attivare la sua Resilienza, perché è determinata a volere stare meglio psicologicamente.

Questo è un buon punto di partenza che si fonda anche sulla fiducia che mi dice di avere nei confronti dell’oncologa che la sta curando.

La fiducia nel proprio medico è un altro elemento, non secondario, che attiva la Resilienza delle persone.

Con sincera ammirazione, le invio i miei più cordiali saluti.

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