Jennifer Denise Cheslock

Quando la vita cambia colore

di Lisa Galli: un blog per i malati, per i loro familiari, per chi li cura e per quelli detti sani

La sedia scomoda

giugno2

Gent.mo Ben,

mi scrive che da diversi mesi sta cercando di convincere sua moglie a rivolgersi ad uno psicologo per farsi aiutare a “sopportare la sua malattia”.

Approfitto di questa sua considerazione per scrivere a tal proposito.

Più volte mi è capitato, e succede tutt’ora, di essere contattata da familiari che desiderano inviarmi a colloquio il proprio caro.

Il sostegno psicologico non funziona così.

La persona, quando decide, e se decide, di farsi aiutare da un “professionista della mente” (come lei scrive), lo deve fare, perchè ne sente l’esigenza e non per accontentare qualcuno che ama.

Rivolgersi ad uno psicologo, perchè si vogliono affrontare problematiche relazionali o altro che fa soffrire, è diverso che pensare di rivolgersi allo psicologo perchè si ha una malattia a cui dover fare fronte.

Quando viene comunicata una diagnosi è consequenziale pensare alla propria vulnerabilità, allo stravolgimento della propria vita, alle trasformazioni del proprio quotidiano.

Il riconoscimento di un bisogno psicologico, però, avviene successivamente.

E’ ovvio che sia più facile accedere a questo tipo di professionalità se la persona ha un’abitudine mentale che l’avvicina all’ interpretazione psicologica di ciò che le accade normalmente.

Se, invece, si è molto lontani dal mondo della psicologia, occorre un tempo maggiore per potersi avvicinare ad essa senza minare la propria autostima.

E’ importante sottolineare, nell’ambito della consulenza psicologica in situazioni di malattia, che non si tratta, molte volte, di psicoterpia, ma di sostegno psicologico per quel determinato evento.

La differenza?

La psicoterapia prevede un’analisi approfondita di determinati eventi della vita della persona, può durare per diverso tempo (anche anni), va nella direzione di una conoscenza approfondita di più elementi.

Il sostegno psicologico, inteso come consulenza in situazioni di malattia, prevede una descrizione specifica di quel determinato evento, analizzando le risorse interne della persona, intese come capacità, e le risorse esterne intese come rete sociale di appartenenza.

Diciamo che si rimane più aderenti, all’interno del colloquio psicologico, alle peculiarità di una cura e di una malattia a cui occorre fare fronte insieme.

E’ per questo, gent.mo Ben, che mi permetto anche di allargare il suo discorso e di sottolineare che la malattia appartiene solo fisicamente alla persona, ma l’intera sua gestione prevede collaborazione con quanti sono vicini al malato.

La nostra vita è questione di prospettive e può trasformarsi a seconda di quanto noi decidiamo di osservare di un determinato evento.

Alle persone che seguo psicologicamente chiedo spesso di descrivere una situazione cercando di indossare gli occhiali degli altri e, naturalmente, gli altri sono coloro che, per una serie di motivi, ci sono accanto.

Quando si riesce a descrivere le proprie difficoltà utilizzando le parole che pensiamo potrebbero utilizzare gli altri, allorta le garantisco, che nulla è più come prima.

Quando devo fare un esempio a tal proposito chiedo sempre alle persone di fare questo esercizio:

all’interno di una stanza scegliete la sedia che preferite, quella che secondo voi si trova in una luce migliore e che vi appare più comoda.

Ad alta voce descrivete quello che vedete di fronte a voi.

Quando avete finito, alzatevi e sedetevi su un’altra sedia, quella che vi sembra più scomoda e nella luce peggiore e fate lo stesso esercizio di descrizione.

Ecco, quella seconda sedia rappresenta la malattia, vostra o di chi conoscete; se aveste potuto non vi sareste seduti lì, avreste, giustamente scelto una diversa posizione.

Tutti scegliamo la sedia che ci appare più comoda quando entriamo in una stanza, ma la vita ci può imporre, contro il nostro volere, di doverci accomodare da un’altra parte.

Quello che però spesso trascuriamo è che la stanza è sempre la stessa …quella è sempre la nostra vita!

Allora cosa fare?

Nella distanza che esiste tra la sedia più comoda e quella più scomoda ci sono molte altre posizioni: sono tutte quelle che possiamo trovare in relazione agli altri e a noi stessi, ma per cercarle occorre pensare che esistano.

E’ per questo che mi viene da suggerirle, Ben, che sua moglie difficilmente andrà dallo psicologo per “sopportare la sua malattia”, ma potreste andarci insieme per confrontarvi su quanto vi sta accadendo, oppure potrebbe andarci da solo (magari informando sua moglie) per esternare i suoi sentimenti e ragionamenti con un professionista, oppure attendere i tempi di sua moglie oppure altro che magari le potrà suggerire sua moglie stessa.

Ha visto Ben su quante sedie può ancora sedersi nonostante la vostra malattia?

Tante sono le sedie in una stanza quanti i punti di vista che decidiamo di prendere in considerazione per una determinata situazione.

UNA LETTERA A TE!

maggio28

Gent. ma Giampi,

non è facile fare il lavoro del malato e nemmeno quello del familiare.

Quando scrivo lavoro, intendo proprio parlare di un’attività prefessionale, che non si sceglie, ma che ci si trova a svolgere, 24 ore su 24, senza possibilità d’andare in vacanza da se stessi.

Se il malato improvvisamente si trova a gestire un problema di salute, dall’altra il familiare può scegliere di rimanergli accanto. Possono essere diverse le motivazioni, ma credo che sia sempre una scelta sia quella di curarsi sia quella di sostenere le persone nel loro faticoso cammino di cura e di malattia.

In questi anni di esperienza diretta sul campo ho conosciuto molte mogli ed altrettanti mariti ed ho imparato che non esistono regole o clichè di comportamenti.

Non è ovvio, né scontato riuscire ad essere sempre all’altezza della situazione, perchè non c’è un manuale d’istruzione, ogni storia è a sé, ma la cosa importante è quella di non avere aspettative su chi ci è accanto.

Io non conosco suo marito, ma il suo nervosismo potrebbe essere riconducibile anche ad un cambiamento di ruolo, perchè è costretto a passare dall’idea di padre e marito sano, all’idea di padre e marito bisognoso di cure e di attenzioni.

Lei mi scrive che suo marito“è un soggetto ansioso e polemico da sempre, ma ora la situazione è peggiorata letteralmente.”

La malattia molte volte svolge la funzione della lente di ingrandimento e va ad amplificare atteggiamenti propri della persona. Nel tempo l’essere umano può migliorare i suoi comportamenti, ma questo accade quando se ne sente l’esigenza. La malattia non ha una funzione magica di cambiamento e trasformazione, ma può permettere alla persona di darsi il tempo per conoscersi meglio nel momento della crisi e della difficoltà.

Gent.ma Giampi, mi chiede di darle indicazioni su cosa e come fare. Non esiste una ricetta, ma la invito a continuare a mantenere un proprio spazio di interessi e soddisfazioni personali: il suo lavoro, le sue amicizie, le sue letture.

Non sempre si sentirà capita dagli amici, ma non sempre gli amici sanno come comportarsi con chi è in difficoltà, non per egoismo, ma per mancanza d’esperienza.

Ha ragione lei, “l’amicizia è un dono”, ma io aggiungo che va curata e coltivata e questo richiede disponibilità di comprendersi al di là della difficoltà del momento.

Mi chiede a chi rivolgersi. Ci sono diverse possibilità:

  • può chiedere ai medici che curano suo marito se esiste all’interno del loro reparto un Servizio di Psicologia rivolto anche ai familiari;
  • può verificare se esiste un’Associazione di volontariato di riferimento per la patologia di suo marito e chiedere se hanno un Servizio di Psicologia per i familiari;
  • può andare ad un consultorio familiare della sua città che fornisca un Servizio di Psicologia;
  • può cercare, nella sua città, uno psicologo-psicoterapeuta libero professionista;
  • può accedere al mio sito di consulenza online, www.sotegnopsicologico.com, entrare nell’area Prenota una consulenza a pagamento e decidere il sistema di comunicazione che preferisce tra la chat, il video, la mail.

Se lei desidera può partecipare con le sue osservazioni e considerazioni alla storia di Guido Speranza che trova pubblicata in questo Blog. Mi faranno piacere i suoi input.

Mi auguro di esserle stata d’aiuto, la ringrazio per la fiducia che mi ha dimostrato nella sua richiesta di consulenza e per avermi permesso di pubblicare la risposta.

Risposta alla lettera di una malata

maggio18

Gent.ma Ludo,

mi scrive che da quando è malata non si sente più la donna di prima, perché ha perso la gioia di vivere.

Questi pensieri che mi riferisce, in realtà, sono comuni e diffusi tra quanti stanno vivendo un’esperienza simile alla sua.

Non deve esserne spaventata, ma deve cercare di elaborarli per poterli superare.

Qualsiasi essere umano, messo di fronte a realtà difficili, come può essere una malattia, ha bisogno di tempo per metabolizzare quanto gli sta accadendo.

E da lì ripartire.

Non si può pretendere da se stessi di non venire stravolti da una diagnosi.

In seguito ad una comunicazione di questo tipo è ricorrente un’alterazione del tono dell’umore sul versante depressivo.

E’ un tipo di depressione, però, considerato non grave, ma di adattamento alla nuova condizione che si deve vivere.

Nella mia esperienza professionale ho potuto rilevare che una depressione reattiva ad un evento doloroso, come può essere una comunicazione di malattia, una separazione, un lutto è preferibile ad una reazione immediata di superamento di un evento.

Ogni persona reagisce a quanto le accade in modo differente, non esistono protocolli di comportamenti, ma darsi il tempo di “ascoltare” la propria tristezza e malinconia diventa un buon strumento per poter arrivare a comprendere quanto ci è accaduto.

Se viene a mancare il periodo di elaborazione di un evento doloroso, a volte, può mettersi in atto un processo inverso di mancata fortificazione della persona: è come costruire una bella casa senza fondamenta.

E’ importante riuscire a fermarsi e concedersi gli spazi ed i tempi necessari per ritrovare se stessi.

Ognuno di noi ha la capacità di risollevarsi da qualsiasiasi evento, occorre però trovare la strada giusta per capire quali risorse interne ed esterne ci appartengono e ci possono consentire di continuare a vivere la nostra vita con forza e determinazione.

Grazie Ludo per la fiducia che ha riposto nella mia consulenza e per avermi permesso di scrivere di lei.

“I miei figli non sanno ancora della mia malattia”

maggio10

Gent.ma Ada,

mi ha scritto una bellissima mail chiedendomi come comportarsi con i suoi figli che ancora non sanno della sua malattia.

Comprendo le sue perplessità quando scrive che “non è facile parlare con loro di certe cose che non li riguardano direttamente”, ma mi permetta di dirle che invece la sua malattia li riguarda direttamente per tanti motivi:

  • lei è la loro madre;
  • devono riuscire a capire il perchè dei repentini sbalzi d’umore che mi dice d’avere a ridosso delle terapie (ci sono farmaci che incidono sul tono dell’umore);
  • le terapie che mi ha elencato sono pesanti e comportano cambiamenti fisici (per quanto lei si trucchi, come scrive);
  • i suoi figli non entrano in merito alle sue scelte terapeutiche, ma ne devono prendere atto e partecipare ad esse;
  • mantenere il ruolo genitoriale significa non nascondere ciò che accade in casa, altrimenti, un domani, loro stessi si sentiranno liberi (o in dovere) di non raccontarle i loro problemi.

Non credo sia sua intenzione creare una distanza tra lei e loro, ma questa potrebbe accadere se per eccesso d’amore li vorrà proteggere dalla verità.

Mi scrive che è sempre andata d’accordo con il suo ex marito; questa è un’occasione per insegnare ai suoi figli che nel momento del bisogno riuscirete, ancora una volta, a continuare ad essere genitori.

Pensi quante cose potrebbero imparare da lei e dal padre se decidesse di parlare con i suoi figli…naturalmente accordandosi prima con lui!

La ringrazio sia per la fiducia che mi ha accordato nello scrivermi sia per avermi concesso il permesso di pubblicare su questo blog una sintesi della risposta che le ho inviato.

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