Jennifer Denise Cheslock

Quando la vita cambia colore

di Lisa Galli: un blog per i malati, per i loro familiari, per chi li cura e per quelli detti sani

Seconda puntata di Guido Speranza

gennaio17

E’ uscita la seconda puntata di Guido Speranza, “La malattia: una mia parte, non tutta la mia persona” . Guido vi aspetta con i vostri commenti!

 

GuidoSperanza_nero 1

Guido Speranza è il nuovo blog d’autore per la Gazzetta di Modena

gennaio16

Udite, udite, cari lettori, c’è una grande e bella novità!

Una delle categorie che in questi anni ho scritto in queste pagine è diventata un blog d’autore per la Gazzetta di Modena: Guido Speranza.

E’ proprio così, il mio personaggio di fantasia da oggi acquista una vita indipendente da “Quando la vita cambia colore” e lo potrò scrivere per la testata giornalistica della mia città. Questo mi rende molto felice, perché sono convinta che la storia di Guido Speranza possa essere utile a molti in un confronto per somiglianza e differenza. Spero proprio che lo seguirete in massa e che lascerete i vostri utili consigli, come avete fatto in questi anni.

Continuerò a scrivere anche  su Quando la vita cambia colore. Sono convinta che il virtuale possa permettere a molte persone, che per motivi diversi non accedono ad un percorso di sostegno psicologico, di poter portare avanti un personale percorso introspettivo.

Ringrazio molto la mia amica Rossana Vandelli che, con la sua abilità grafica, è riuscita a dare un volto a Guido Speranza. Appena l’ho visto ho capito che era lui, spero che lo sosterrete nel suo cammino di vita.

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Ringrazio la Gazzetta di Modena, in particolare il Direttore Enrico Grazioli e il giornalista Andrea Marini che credono nel progetto di Guido Speranza. Oggi, sulla Gazzetta di Modena, nella sezione cultura, troverete la descrizione del progetto e la prima puntata.

 

Guido Speranza – 51

novembre8

Guido, mentre aspettava di essere chiamato, vide passare il dottor Sforza. Non poté salutarlo, perché il medico stava parlando con uno studente.

I due non fecero caso a lui che si sedette al di là di una colonna e che, senza volere, ascoltò il dialogo.

“Non si preoccupi, dottor Sforza, entro una settimana le invierò tutta la tesi …”

“Io non sono preoccupato … il problema è suo, non mio, se ha da fare delle modifiche rischia di perdere la sessione”

“L’ho quasi finita, ma ho avuto dei problemi …”

“Quali?”

“No … è che … io …”

“Una sola domanda e non mi dia la prima risposta: la cosa più importante per i nostri pazienti?”

“Saperli curare al meglio, con la giusta diagnosi e le terapie più adeguate al loro biso…”

“Bla, bla, bla direbbe mia nipote di quattro anni … le ho fatto un’altra domanda, non le ho chiesto in cosa consiste il lavoro del medico”

“Dar … dar … dar loro la mano quando entrano e farli accomodare?”

“Balbetta?! Gliel’ho detto la prima volta che ci siamo incontrati … Guardarli negli occhi, dritto, per far capire loro che non sono soli, hanno le loro famiglie ed hanno noi, siamo lì per dare il meglio professionalmente ed umanamente e verranno prima loro di noi …”

“Sì … certo, lo so … “

“Non è quello che mi sta dimostrando con il suo atteggiamento … un domani cosa farà? Sarà uno di quei medici che sanno darsi il tempo per parlare ad un malato o ad un familiare? Oppure avrà altro a cui pensare o da fare … oppure … ecco, sì, già la vedo fare battute al suo collega mentre sta visitando una persona e, con le mani sul malato, il suo pensiero andrà a quello che ha fatto la sera precedente … meglio ancora, sarà di quelli tutti abbronzati con il camice aperto per far vedere il suo maglioncino con lo scollo a V …”

“Ma dottor Sforza sono in ritardo di un solo giorno …”

Anche Guido, per il poco che conosceva il dottor Sforza, capì che quella del ragazzo era la frase più inopportuna che potesse dire. Protetto dalla sua colonna desiderò spalmarcisi sopra nella speranza di non essere visto dai due. Lo faceva più per il giovane che per se stesso o per il suo medico.

Con voce glaciale il dottor Sforza disse:

“Per un uomo che attende la sua diagnosi quanto è lungo un giorno?”

L’altro, aggrappandosi all’ultimo brandello d’incoscienza che gli rimaneva, rispose:

“L’importante è arrivare alla giusta diagnosi, un giorno in più non fa differenza”

“L’errore è mio, non suo … evidentemente durante le lezioni non ho sufficientemente sottolineato il fattore tempo … ad un uomo che attende, un giorno è un’eternità … il disagio, la sofferenza psicologica che vive, l’idea di essere sospeso sull’incertezza del suo futuro, tutto ciò lo destabilizza … ora le faccio vivere un po’ di incertezza sul suo futuro, poi mi dirà com’è stato … tra due giorni, solo due giorni, esigo la sua tesi sul mio tavolo, se non ci sarà, lei andrà alla sessione successiva, perché io non mi darò il tempo di leggerla …” 

Sforza si girò e se ne andò. Il ragazzo, impietrito nel corridoio era visibilmente scosso.

Guido allora fece un passo avanti, il professore che era in lui non volle perdere quell’occasione d’insegnamento e disse:

“E’ un professionista incredibile … mentre ti visita ti fa sentire la persona più importante per lui in quel momento, ti parla con determinazione, competenza, ma soprattutto tra le righe puoi cogliere comprensione … è burbero con tutti, ma mai con i suoi malati o con i loro familiari …”

“Ma lei ha sentito ogni cosa?”

“Senza volere, ma mentre vi sentivo discutere pensavo a quanto fosse fortunato lei ad avere incontrato un vero medico, di quelli con la M maiuscola … io sono un insegnante ed a volte con i miei allievi mi arrabbio come ha fatto oggi lui con lei … riescono a farmi urlare solamente quelli che stimo maggiormente, perché vedo che sono i più capaci, ma che ancora non hanno messo tutto l’impegno necessario per fare del loro meglio.”

Il ragazzo mandò giù il nodo che aveva alla gola e chiese:

“Dice davvero, pensa che mi stimi?”

“Dico davvero e tra due giorni lei consegnerà il suo lavoro”

“Sarà dura, ma ce la farò”

“Sarà dura, ma ce la farà”

Guido Speranza – 50

agosto4

Daria e Guido andarono a fare colazione al bar vicino all’ospedale.

Era piccolo, familiare, senza grandi pretese, ma si intuiva che i due gestori amavano il loro lavoro.

Presero entrambi un cappuccino con brioche alla crema e si accomodarono nell’angolo più intimo.

Vicino a loro un uomo seduto leggeva il giornale.

Guido riconobbe il Riccio, l’amico di suo padre, quello che aveva riferito d’averlo visto il giorno in cui il dottor Sforza gli aveva comunicato la diagnosi (vd. Guido Speranza-11)

Per un attimo pensò di fare finta di nulla e di non salutarlo, perché non aveva voglia di parlare con nessuno, ma la sua buona educazione ebbe la meglio sul suo desiderio di ritiro sociale.

“Secondo me lei è un amico di mio padre …”

L’uomo alzò lo sguardo, gli sorrise e rispose:

“Guido … sono contento di salutarti … questa è la tua signora? … Piacere Graziano …”

Il Riccio, con fare cortese si allungò per darle la mano e mostrò con disinvoltura il braccio.

Daria e Guido non poterono evitare di osservare gli ematomi tipici di chi, da tempo, è costretto a prelievi di sangue e a chemioterapie.

Graziano, sorridendo, commentò i loro sguardi:

“Non vi impressionate … è che le mie vene fanno un po’ di capricci e non sempre riescono a prenderle al primo colpo … è da un po’ che me le bucano … gli infermieri sono bravi, ma le vene sono diventate più sottili … pazienza …”

“Papà mi ha detto che mi mi aveva visto qualche tempo fa … avrei preferito incontrarla in altro luogo … come sta?”

“Insomma … non bene … la settimana scorsa mi hanno comunicato la mia recidiva, il male si è ripresentato …”

“Mi dispiace … allora può ripresentarsi … allora che ci curiamo a fare?”

Guido, in un fiato, espresse tutta la sua paura.

“E’ quello che ho pensato anch’io quando me l’hanno detto, poi, proprio stamattina, quando mi sono alzato ho avuto un pensiero … credo che abbia senso e probabilmente mi dà conforto … ero sul letto seduto, disgustato dall’idea di tornare qua stamattina … poi mi sono detto: ma quante delle persone che escono di casa stamattina torneranno nella propria casa stasera? Loro non lo sanno, ma alcuni non torneranno … eppure io, nonostante la mia malattia, sono ancora qua … in questi anni di cura ho avuto paura di non farcela, ma ho realizzato delle cose … ho aiutato mia sorella che era in grandi difficoltà finanziarie, ho aiutato mia madre che era rimasta sola … insomma ho avuto le mie soddisfazioni … senza le cure non avrei avuto il tempo di aiutare le mie donne …”

Guido e Daria ascoltavano Graziano con ammirazione, perché era riuscito a trovare in se stesso la forza necessaria per fare fronte al futuro.

Senza dirselo, pensarono di dover tenere a mente quell’insegnamento:

la vita non è poi così scontata neanche per i sani ed è bene valorizzare quello che si può realizzare nel tempo che si ha a disposizione.

Guido Speranza – 49

luglio7

Ad una settimana dalla terapia Guido e Daria tornarono all’ospedale per fare una visita e gli esami del sangue.

Come sempre si sedettero nella sala d’aspetto, ma questa volta era cambiato qualcosa.

Le diverse voci di medici ed infermieri che chiamavano i malati con l’altoparlante non pronunciavano più i nomi, ma i numeri che venivano consegnati loro alla reception.

Ecco a cosa serviva quel 155 che gli era stato dato:

“Tenga questo e stia attento” gli aveva detto l’infermiera.

Guido non si era attentato a domandare “Attento a cosa?” ed aveva semplicemente pensato che avrebbe compreso attendendo ed osservando ciò che accadeva intorno.

In effetti fu così.

Si accorse che aveva imparato a fare una cosa che, all’apparenza sembrava semplice, forse ovvia, ma che nella realtà richiedeva grande capacità.

Era riuscito ad apprendere l’arte dell’attesa.

Sì, perché saper aspettare e non lasciarsi sopraffare dall’ansia del sapere e del dover dire e del dover fare e del dover andare concede alle persone la libertà dal controllo.

A dir la verità quel numero gli dava un po’ da fare … gli sembrava di essere alla Coop … gli sembrava di perdere un po’ di identità … ma non poteva brontolare su tutto e pensò bene di concludere tutti i suoi pensieri con una battuta.

Si voltò verso Daria, ma non fece in tempo ad aprire bocca che lei lo anticipò:

“Ma guarda la coincidenza … 155 come 15 maggio la data di nascita di mia madre!!!”

“Eccolallà … adesso sì che mi piace essere identificato con sto’ numero!!!”

“Ma se sei il genero preferito!”

“L’unico vorrai dire!”

“Uffa, sei sempre un precisino … che differenza fa se unico o in molti, sempre il preferito rimani … guarda il traguardo, non la strada per arrivarci …”

In quel mentre una voce chiamò il 155.

“Andiamo Daria ci hanno già chiamati … il nostro traguardo per oggi è tornare a casa con le nostre gambe e berci un bicchiere di vino quando i bimbi dormono … non stiamo a guardare la strada che dobbiamo fare per arrivare a stasera … dopotutto essere qua, farmi bucare il braccio e visitare è un particolare e non voglio essere un precisino!”

Guido strinse l’occhio alla moglie e lei rispose con un sorriso rassicurante:

“Dopo il prelievo, però, mi offri la colazione al bar qua fuori, perché occorrono piccoli intervalli piacevoli per arrivare al traguardo finale!”

Guido Speranza – 48

giugno13

Daria prese in mano la cartellina e lesse l’etichetta: “Cose di Guido e di Daria”

Incuriosita l’aprì.

Non si sarebbe mai aspettata che Guido facesse ricorso alla professionalità di una psicologa.

Questo nuovo pensiero le diede un po’ da fare ed incominciò a porsi qualche domanda:

“Ma perché non parla con me invece di parlare con un’estranea? … mio marito non è impazzito, è malato, ma non pazzo, perché andare da una psicologa?”

L’idea della psicologa la fece dubitare della propria capacità di moglie e dovette meditare sulle singole parole di quello scambio epistolare per poter cominciare a cogliere le differenze di ruolo.

In effetti suo marito tendeva da sempre a proteggere la propria famiglia … tante idee, preoccupazioni, paure, non le avrebbe confidate mai neppure a sua moglie, pur amandola profondamente, proprio per non procurarle ulteriore sofferenza.

Daria e Guido rimasero un paio d’ore in silenzio, ognuno nella sua stanza, a riflettere su quanto stava loro accadendo … fu il pianto di Pietro a farli incontrare nella camera del figlio … Guido arrivò per primo, lo prese in braccio e lo consolò, stringendolo a sé in modo diverso da tutte le altre volte … Daria rimase sulla porta ad osservarli e, dopo qualche minuto, gli disse:

“Con la psicologa riesci a dire più cose?”

“Riesco a comprendere meglio alcuni miei stati d’animo … ho paura di farti del male se te li dico …”

“A me puoi dire tutto, ma capisco che con lei puoi dire cose diverse  in modo diverso …”

“Lo so che a te posso dire tutto, lo faccio sempre … l’ho fatto anche oggi dandoti da leggere la nostra corrispondenza … ma vorrei mantenere uno spazio mio … solo mio … dove posso parlare senza preoccuparmi di chi mi ascolta …”

“Forse farei anch’io la tua stessa scelta … è vero che è nostra la malattia … leggendo quelle pagine ho capito alcune mie sensazioni … mi piacerebbe scriverle … forse avrebbe senso che anch’io mi facessi sostenere psicologicamente da un professionista … vedremo …”

Guido continuava a stringere a sé Pietro che, con tutta la sua forza, gli tirava la catenina appesa al suo collo.

Guido lo lasciava fare e con la barba lunga di un paio di giorni strisciava la sua guancia su quella del figlio:

“Se non la smetti di tirarmi la catenina ti dò della barba!”

Pietro rideva divertito.

“Ho paura di non vedere il suo primo passo …” sussurrò Guido a Daria “… potrei essere in ospedale quel giorno …”

Daria gli appoggiò la mano sulla spalla e lo incoraggiò:

“Per un genitore il primo passo del proprio figlio non è quello che il bambino fa per la prima vola, ma quello che LUI gli vede fare per la prima volta!”


Guido Speranza – 47

maggio25

Quando Guido lesse la mia risposta, rimase colpito dalla frase “… in quanto vostra, Daria, sua moglie, può permettersi di farle la proposta dell’invalidità”

Quelle parole lo mettevano in discussione su chi era il proprietario della sua malattia.

Tra sé e sé pensava:

“Sì … tutte belle parole … ma alla fine chi se la porta addosso questa malattia? … Io … e poi se faccio tanto di lasciare più spazio a Daria, a me cosa rimane da controllare? … Non sono un pacco che mia moglie porta in giro a suo piacere … fare la domanda di invalidità vuole anche dire andare davanti ad una commissione di medici … o di chissà chi … che deve decidere se è vero … o meglio, quanto è vero quello che tu racconti … sta a vedere che devo pure elemosinare a qualche medico la sua pietà o compiacenza! … magari devo fare la faccia triste … quella mi viene bene, perché intanto ce l’ho già … venerdì ho fatto la terapia, ora mi sento rimbambito e nauseato … mi sento io così … non Daria … quindi alla fine sono io da solo che sto male … uffa che vomito! … e questa dottoressa mi scrive pure che devo pensare che anche Daria porta la malattia … probabilmente la dottoressa non è malata come me … Daria poi sta bene, anche lei è sana … come lo ero io fino a poco tempo fa …”

All’idea di Daria sana associò subito l’idea di quando lui non sapeva di essere malato … doveva esserci stato un periodo di tempo in cui si credeva sano, ma la realtà era un’altra …

“…E se anche Daria si ammalasse? Può succedere” pensò “certo che sarebbe proprio da poveretti … “

Gli venne naturale immaginarsi la scena e per un attimo invertì le parti e si pensò accudente nei confronti di sua moglie.

Si era messo con la fantasia a sedere sulla sedia di una Daria malata ed osservava la storia da quell’altra angolazione e “certo” si disse “io farei esattamente quello che sta facendo lei … o forse, chissà … forse rimarrei più distante … forse dopo la prima risposta da stronza che lei mi dà … tipo quella che gli ho dato io venerdì … sì, forse me ne starei alla larga per un po’…”

Meditò a lungo nel fare l’esercizio, con la sua immaginazione, del “Se io fossi al posto di mia moglie”

Poi stampò la mia risposta insieme alla lettera che mi aveva inviato e ripose i fogli in una cartellina rossa su cui attaccò un’ etichetta  con scritto: “Cose di Guido”.

L’appoggiò sul tavolo e per l’ennesima volta, in quella giornata, si diresse verso il bagno. La nausea gli stava facendo compagnia dal giorno precedente.

Daria lo sentì camminare lungo il corridoio e, senza uscire dalla stanza in cui si trovava, gli disse ad alta voce:

“Se hai bisogno sono qua … approfitta di me oggi che sono in buona …”

Guido si fermò qualche secondo ed ebbe bisogno di ripetersi la frase della moglie … Daria aveva chiesto un giorno di ferie per rimanere a casa con lui, perché non era tranquilla a lasciarlo solo … “lo faccio per me non per te” gli aveva comunicato alla mattina.

A Guido venne naturale fare lo sforzo di non pensare alla sua nausea, perché percepì più forte il bisogno di sistemare una cosa che gli sembrava d’aver lasciato in sospeso.

Tornò nello studio senza rispondere a Daria; era troppo assorto nelle sue scelte per perdere la concentrazione del momento.

Arrivato alla scrivania riprese in mano la cartellina rossa e con la penna blu aggiunse sull’etichetta: “… e di Daria”

Poi andò dalla moglie e gliela porse dicendole: “Quando hai tempo leggi …” e uscendo dalla stanza aggiunse  “ … sono discorsi che riguardano entrambi …”

Guido Speranza – 46

maggio16

Il lunedì pomeriggio Guido lesse la mia mail di risposta.

“Gentilissimo Guido,

mi dispiace per la sofferenza che sta vivendo in questo momento.

Quanto mi descrive porta profonda tristezza, ma questa non è data da quello che dicono o fanno le persone che le sono accanto e che le vogliono bene … non è data dalla proposta di Daria di fare la domanda di invalidità ….

Questo è quanto le appare … se lei si dà il tempo e trova la voglia e la volontà di farlo, può andare oltre per vedere quanto esiste di altro …

ha voglia di provare a fare questo con me ora?

 

Si ricordi, gentilissimo Guido, che nell’utilizzare questa nostra forma epistolare esiste il limite del non vedersi, del non poter chiarire nell’immediato i dubbi che ci sono sempre all’interno delle conversazioni … per superare questo limite le chiedo di fidarsi della mia professionalità e di non pensare che io la stia criticando in alcun modo … gli psicologi-psicoterapeuti non criticano, ma cercano di fare osservare le situazioni da altri punti di vista, proponendo occhiali differenti per far sì che la persona possa non rimanere ancorata ad un’unica interpretazione di quanto le accade …

 

Scritto questo partiamo ….

 

Gentilissimo Guido,

sentirsi proporre un percorso di valutazione della propria invalidità può essere doloroso, (forse ancora di più se a farlo è la propria moglie) perché il malato non solo sente di non essere più quello di prima, ma, con il riconoscimento dell’invalidità ha anche un documento che prova e certifica la differenza…

Ma cosa certifica? Attesta che esiste una sua parte fisica malata. E così è … però, Guido, lei non è solo malattia, lei è anche altro … lei è  marito, figlio, padre, amico … lei è un insegnante, lei sa apprezzare la relazione con le persone, anzi, lei cerca di capire il perché delle relazioni … a lei piace la storia, la musica, l’arte … lei conosce a memoria tutte le canzoni che i suoi figli hanno imparato all’asilo … lei è babbo Natale il 25 dicembre … lei è l’uomo onesto che paga le tasse … lei è l’uomo che ama la montagna … lei è l’uomo che ama il mare … lei è il ragazzo che si è innamorato di Daria, lei è il padre che si è innamorato di Gaia, Mariasole e Pietro … lei è tutto quello che mi ha raccontato e senz’altro è molto, ma molto più di questo … ma lei, ora, è anche la persona malata, che ha paura per il suo futuro e che desidera essere aiutato a vivere il suo presente … nel suo presente esiste la malattia, non l’ha cercata, avrebbe fatto di tutto per evitarla, ma è arrivata a bussare una porta che voleva rimanere chiusa …. è accaduto che si ammalasse … ed ora?

Ora deve imparare a fare un nuovo lavoro … venerdì si è arrabbiato con Daria, ma credo che lei fosse arrabbiato con la sua malattia … è oltre alla rabbia del momento che lei deve andare per continuare  a vedere chi è a lei accanto, per continuare ad amare e a farsi amare da chi cerca di fare del proprio meglio rimanendole accanto …

ora lei cerchi di fare del proprio meglio facendo il lavoro del malato … lo so, non lo ha cercato, non si è proposto per questo nuovo incarico, ma mi creda se le dico  che è e sarà un vero e proprio lavoro … dovrà imparare a conoscere se stesso anche se non si è mai dato il tempo di farlo prima, ma questa può essere un’occasione da non perdere … il lavoro consiste nel prendere gli appuntamenti con i medici, nel farsi medicare, nel sottoporsi agli esami strumentali, nelle lunghe attese dei risultati, nelle lunghe attese delle visite, nel conoscere persone, luoghi, letti, stanze, sedie, odori, luci, medicine, scale nuove … tutto sarà nuovo ed in questo mondo, piano piano, dovrà entrare … ma le garantisco che nel tempo lei apprenderà questo nuovo mestiere, imparerà un linguaggio nuovo (medico, infermieristico, psicologico), imparerà che dopo le terapie avrà un periodo in cui non si sentirà bene, ma poi tornerà a stare meglio … imparerà che la stanchezza fisica la dovrà ascoltare e fermarsi per riposare … imparerà che esistono degli orari in cui può trovare il medico ed altri in cui chiamare la guardia medica … imparerà che con alcune persone potrà raccontarsi, con altre deciderà di non aprirsi … imparerà tanto, imparerà tutto, imparerà il lavoro del malato … senza ferie, 24 ore su 24, per un tempo non ben definito … e tutto questo non è forse un lavoro? Non ha bisogno di essere riconosciuto con una retribuzione? Ebbene, lo stipendio è dato dall’invalidità che le verrà riconosciuta e che lei avrà per il tempo necessario … fino al giorno in cui le diranno che è guarito … perché  anche questo, gentilissimo Guido, può accadere … lei può guarire ed è questo che non dovrà mai dimenticare … è su questo che dovrà attivare la sua resilienza, sull’idea che un giorno tutto quello che sta vivendo ora sarà parte del suo bagaglio di esperienze … non dovrà mai dimenticare quello che sta vivendo ora, lo dovrà elaborare, ma mai scordare, perché verrà il giorno in cui ripenserà a questo e capirà che se è diventato un altro uomo, magari migliore, sarà anche grazie alla sua capacità di fare fronte alla sua malattia … alla vostra malattia … già, dico propria vostra, sua e della sua famiglia … e in quanto vostra, Daria, sua moglie, può permettersi di farle la proposta dell’invalidità …

 

Gentilissimo Guido,

la ringrazio per avermi scritto e per avermi dimostrato, ancora una volta, la sua fiducia nei miei confronti.

Mi auguro di esserle stata d’aiuto per andare al di là del suo pensiero e vedere un pensiero nuovo, che è nostro, perché lo stiamo costruendo insieme, ora, mentre ne stiamo parlando in questo modo epistolare/virtuale.

 

Cordiali saluti

Dott.ssa Lisa Galli”

Guido Speranza – 45

maggio7

Guido mi scrisse di venerdì, io gli risposi al lunedì.

Quel venerdì, però, quando l’infusione della terapia terminò, lui si alzò dalla poltrona ed un po’ perché era stato fermo alcune ore, un po’ perché non aveva dormito bene nelle notti precedenti, un po’ perché gli sbalzi d’umore di quel giorno l’avevano messo a dura prova, svenne.

Mentre stava per perdere conoscenza ebbe un solo pensiero:

“Fatti forza Guido” si disse “non puoi svenire la prima volta che fai la terapia … ne hai ancora diverse da fare … fatti coraggio”, ma quelle parole non gli impedirono di accasciarsi a terra.

Riprese conoscenza pochi minuti dopo e si ritrovò nuovamente sdraiato su quella poltrona.

A prendergli la pressione e a chiamarlo trovò la sua infermiera, Valeria, e la dottoressa Zuffa che, allertata, era corsa con premura.

E lui la vide con occhi diversi.

Lei gli premeva con le dita il polso in modo delicato, ma deciso e lo esortava a riprendersi mantenendo lo stesso tono di voce, basso ma dolce:

“Guido coraggio … apra gli occhi … non è successo nulla, forza che sua sorella è qua … mi dica qualcosa … come si sente?…”

La dottoressa Zuffa era una donna massiccia e lui, da sdraiato, la vide ancora più grande, ma questa volta notò la grazia dei suoi movimenti e si sentì rassicurato dalla sua presenza.

Con un filo di fiato rispose:

“Sto bene … non so cosa mi sia accaduto …”

E la dottoressa, senza sgridarlo, ma con fare accudente rispose:

“Io invece credo di sapere cosa sia accaduto … secondo me lei stamattina dopo il prelievo e prima di iniziare la terapia non ha fatto colazione”

In un flash a Guido venne in mente l’intera giornata.

In effetti non aveva mangiato nulla.

Il suo stomaco si era chiuso nel momento esatto in cui aveva messo piede in quel luogo.

Tutte le sue forze le aveva concentrate sull’idea di uscire il prima possibile e non sul rimanere là dentro nel modo migliore possibile per lui per il tempo necessario della cura.

Ecco, adesso gli era tutto più chiaro, poteva essere arrabbiato con il suo presente, ma stava continuando a remare contro al suo futuro:

“Già” pensò “non posso permettermi di venire qua dentro arrabbiato e spaventato, perché dopo mi dimentico di me stesso … mi dimentico di volermi ancora bene …”

Poi aggiunse ad alta voce alla dottoressa:

“E pensi che io dico sempre ai miei studenti di volersi bene e di fare una buona colazione al mattino … è il pasto più importante della giornata …”

“Ecco, bravo Guido, d’ora in avanti faccia finta di essere l’allievo di se stesso e si dica le cose che deve fare, ma soprattutto si dia anche retta”

Nel sollecitarlo a questo, la dottoressa appoggiò la sua mano sulla sua spalla e la strinse leggermente per esortarlo e, guardandolo dritto negli occhi, gli sorrise in modo caldo.

Guido percepì quel calore.

Si sentì riscaldare il cuore e tutto quello che aveva pensato di quella dottoressa fino ad allora, si trasformò in altro, in comprensione per quel lavoro difficile che quotidianamente doveva svolgere.

Guido Speranza – 44

aprile30

Guido rimase con Ludovica ad aspettare di finire la terapia. Gli dispiaceva che Daria se ne fosse andata, nonostante lui le avesse spiegato il perché della sua reazione: malato sì, ma invalido no.

Come faceva sua moglie a non capire un ragionamento così semplice?

Eppure, a parti invertite, lui non le avrebbe neanche lontanamente proposto di fare una domanda di invalidità. Sarebbe stato come dirle che era una mezza donna.

Però lei non lo considerava un mezzo uomo, almeno lui non si era mai accorto che avesse questa idea da quando era entrato Delinquente nelle loro vite.

O forse lei iniziava a vederlo in modo diverso?

No, no, non poteva essere così.

Nel tentativo di allontanare tutti quei brutti pensieri, ebbe l’intuizione di scrivermi una mail (che pubblico con il suo consenso), contento di poterlo fare con il suo inseparabile portatile e convinto che avrebbe ritrovato così una sua intimità in quel luogo pubblico.

La scrisse sull’onda dell’emozione del momento, mentre era ancora disteso sulla poltrona, utilizzando la chiavetta per connettersi ad internet:

“Gentilissima Dottoressa Galli,

ho iniziato oggi la mia terapia e non è stato facile … non è facile … in più mi sento profondamente offeso da una frase di mia moglie … pensi che ha conosciuto una signora, madre di un ragazzo malato, che si è permessa di suggerirle di fare la domanda di invalidità … non ho parole … mi sento non solo malato, ma anche angosciato dall’idea che se posso fare una domanda di invalidità vuol dire che non  guarirò più o se guarirò vuol dire che non tornerò più quello di prima … mi sento confuso, ho voglia di piangere, ma non posso farlo qua … sono arrabbiato, molto arrabbiato, ma non so se con mia moglie o se con me stesso che mi sono cacciato in questa situazione, cioè non l’ho cercata, ma ora mi ci trovo in mezzo.

Non so neppure io perché le sto scrivendo, ma in questo momento vivo un profondo sgomento, una paura paralizzante e mi sento imprigionato a questa poltrona, inchiodato da questa terapia che mi sta entrando nel braccio … inchiodato … come quel crocifisso che ho di fronte … senza possibilità di fuga, costretto a chinare il capo davanti al mio presente che non mi permette di vedere il mio futuro.

Grazie, dottoressa Galli, per avermi permesso questo sfogo, sento di sentirmi meglio, non so quando mi risponderà … anche perché oggi è venerdì e spero che lei, almeno lei, abbia qualcosa di meglio da fare in questo fine settimana che rispondere alla mia mail.

Un caro saluto

Guido Speranza”


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