Jennifer Denise Cheslock

Quando la vita cambia colore

di Lisa Galli: un blog per i malati, per i loro familiari, per chi li cura e per quelli detti sani

Guido Speranza – 43

aprile21

Guido si sentiva emotivamente scosso dalla proposta di Daria di procedere con la richiesta di invalidità e affondò la testa nel libro che stava leggendo per non parlare più con lei.

Quello di cui si stupì maggiormente fu di pensare che lui non aveva bisogno di nessuno se l’aiuto che gli veniva concesso era quello di ricordargli di essere malato “… e per giunta invalido!” si disse tra sé.

Per la prima volta provò il desiderio di essere solo, o meglio, di essere lasciato solo.

Avrebbe voluto invitare la moglie a tornare a casa, ma non poté farlo perché erano venuti insieme con un’unica auto.

Eppure quel desiderio di solitudine era pervasivo e si rinforzava nell’idea che, se non fosse stato sposato, non avrebbe avuto i suoi figli e nessuno avrebbe sofferto a causa della sua malattia “a parte i miei genitori” pensò “sì, loro avrebbero sofferto lo stesso, ma se ne sarebbero fatta una ragione … quello che non sopporto è proprio avere Daria qua accanto a me a perdere tempo a causa mia … quante cose potrebbe fare se non fosse costretta a stare qua!”

In quel momento si affacciò sulla porta sua sorella: “Finalmente vi ho trovati!” disse “Stavo per telefonare a Daria perché non riuscivo a raggiungervi … sono proprio contenta di essere saltata fuori da questo groviglio di corridoi … come stai Guido?”

Ludovica sorrise mentre porse questa domanda, ma Guido, che già non era dell’umore giusto, rispose secco e conciso: “Che domanda cretina chiedere ad uno messo come sono messo io << come stai?>> secondo te?”

Non era da Guido rispondere così e lui stesso non si riconobbe, ma non poté trattenersi dal farlo.

Sua sorella, che non si impressionava davanti agli sgarbi dei propri fratelli, rispose tranquillamente facendosi scivolare addosso il tono di voce acido di lui:

“Immaginavo che fosse una giornata difficile per te Guido ed allora ho pensato che Daria avesse bisogno di un cambio … anche per poco … ma magari Daria puoi andare a fare la spesa che ci penso io a riportare Guido a casa ….”

Alle parole della sorella Guido si sentì un pacco, ma non disse nulla, preferì accusare il colpo e non commentare per paura di essere frainteso da chi lo stava aiutando in quel momento.

Ludovica disse queste cose candidamente e terminò stringendo l’occhio a sua cognata la quale, con grande stupore di Guido, colse la palla al balzo e si diresse alla porta salutando tutti e commentando: “Grazie veramente Ludo, così oggi pomeriggio evito di uscire e rimango con tuo fratello … occhio a te, però, improvvisamente è diventato antipatico solo perché gli ho detto una cosa che non gli piaceva sentirsi dire …”

Daria salutò Alessandro ed Aurora e mentre stava per uscire dalla stanza Guido la richiamò indietro dicendole:

“… e non saluti me?”

“ Quando sarai più educato ….”

“Vieni qua che ti devo dire una cosa”

Daria si avvicinò e Guido le sussurrò:

“Non voglio pensare di essere invalido … sono un professore di educazione fisica ….” ed iniziò a piangere senza riuscire a fermarsi poi, mentre si asciugava gli occhi, vide Alessandro che lo guardava allora, sentendosi in colpa anche per lui, disse:

“Ma guarda te se a 40 anni suonati uno deve piangere come un bambino ….” e gli sorrise.

“Ma Guido” rispose Alessandro “la prima cosa che ho imparato venendo qua è che si può piangere …”

Guido Speranza – 42

aprile15

Sono sempre strane le coincidenze, ma quella di Daria e della mamma di Alessandro, Aurora, sorprese entrambe, perché si alzarono nello stesso momento chiedendo ai rispettivi uomini il permesso d’andare a prendere un the.

Davanti alla macchinetta del caffè incominciarono a chiacchierare del più e del meno (che per loro era raccontare da quanto tempo frequentavano l’ospedale) per poi arrivare ad entrare nei particolari delle loro storie.

In realtà Aurora aveva un bagaglio d’esperienza maggiore di Daria e quindi fu naturale per lei condurre la conversazione.

Daria l’ascoltava interessata, perché raccoglieva le informazioni che le interessavano maggiormente come quelle che riguardavano gli orari del day-hospital, del pronto soccorso (se mai ne avessero avuto bisogno) di come farsi fare il permesso per portare la macchina nel parcheggio dell’ospedale e molte altre ancora, fino a quella che trovò più interessante: la domanda d’invalidità.

Daria non ne aveva mai sentito parlare e nessuno aveva informato Guido della possibilità d’usufruire dei propri diritti come malato.

“Certo che questo è veramente un altro mondo”, pensò Daria, “devi essere aggiornato su moltissime cose … devo cercare di tenermele in mente tutte, per poterle raccontare a Guido …”

Finito di bere il the tornarono a sedere ai loro posti.

Guido sussurrò a Daria:

“E’ simpatica?”

“Molto carina … mi ha detto un sacco di cose … dopo a casa ti dico tutto, perché alcune sono veramente importanti da fare …”

“Tipo?”

“Nessuno ci ha informati che tu puoi fare la richiesta di invalidità per il tipo di malattia che hai e per le cure che devi fare”

“Invalidità? … ma io non sono invalido …”

“Lo so, ma hai dei diritti come malato ed è importante rivolgersi a chi sa di queste cose per chiedere cosa …”

“Cosa niente, non mi voglio approfittare della mia condizione …”

“Ma non è un approfittarsi … il tuo … il nostro … è un diritto … per esempio, se ti concedono l’invalidità io posso utilizzare tre giorni al mese per assentarmi dal lavoro ed accompagnarti e poi …”

“Basta Daria, non ho voglia di discutere … io non sono invalido, se tu potrai accompagnarmi bene, altrimenti verrò da solo … punto e basta …”

Poche volte Guido chiudeva le conversazioni con un “punto e basta”, ma quando lo faceva era bene non continuare.

Infatti Daria non aggiunse altro, ma pensò che sarebbe stato utile per entrambi se lei si fosse informata e poi avesse ripreso il discorso con suo marito.

Lì per lì, però, non comprese il perché di quella reazione di Guido.

Guido Speranza – 41

aprile9

Mentre il tempo trascorreva lento Guido si appisolò un paio di volte, ma quando si risvegliava controllava sempre, con l’occhio socchiuso, se quel ragazzo era ancora nella stanza con lui.

Era sempre là, disteso e tranquillo, almeno in apparenza.

I loro occhi, ad un certo punto, si incontrarono ed allora venne naturale ad entrambi sorridersi.

Guido, che era abituato a parlare con i ragazzi, disse:

“Scommetto che hai visto la partita ieri sera …”

“Come tutti, immagino!” rispose

“Ma tu hai vinto o hai perso?”

“Io vinco sempre! … non tifo per una squadra in particolare, cioè preferisco l’Inter, ma anche le altre mi vanno bene … è per questo che vinco sempre!”

“Mi sembri saggio … ragazzo … come ti chiami?”

“Alessandro … ma tutti mi chiamano Alex …”

“Sei un po’ giovane per essere qua con noi vecchi …”

“E’ quello che dico anch’io … ma nessuno mi ascolta … ho detto << dottori lasciatemi andare!>>, ma visto che sono troppo simpatico mi vogliono tenere qua … prima ero in pediatria, perché mi dicevano che ero piccolo, ora mi hanno mandato qua, perché mi dicono che sono grande, ma la vuoi sapere una cosa? … a proposito come ti chiami tu?”

“Guido … cosa dicevi della pediatria e di qua?”

“Dicevo che è un mondo strano, perché quando stavo in pediatria ero il più grande, adesso che sono tra i grandi sono il più piccolo … allora delle volte chiedo a mia madre: <<ma mamma, dove stanno secondo te quelli come me? … perché non incontro mai nessuno della mia età ?>>…”

“E lei cosa ti risponde?” chiese Guido sorridendo alla mamma di Alessandro.

“Lei mi dice che io sono speciale, sono tanto originale che non ne esistono molti come me … ed in effetti è vero … ma io mi chiedo: è mai possibile che in città sia l’unico? forse sì … almeno gli altri stanno bene …”

Le altre persone presenti nella stanza seguivano la loro conversazione, ma nessuno interveniva, rimanevano in silenzio, visibilmente commossi, ma anche ammirati da quel ragazzino che parlava così liberamente del suo modo d’essere, di quello che pensava e sentiva.

A Guido venne naturale fare una riflessione che rimase dentro di sé e lo fece sentire meglio:

“Meno male che mi sono ammalato io e non uno dei miei figli … e nemmeno Daria …”

Quest’idea lo confortò e comprese che poteva aiutarlo a sopportare quel percorso di malattia e di cura che aveva intrapreso.

Guido Speranza – 40

marzo28

Dopo essersi tranquillizzato, mentre la terapia entrava per infusione nella sua vena, Guido chiese a Daria, “per cortesia”, di allungargli il libro che le aveva messo in borsa. Lo aprì nella pagina in cui aveva piegato l’angolo in alto a destra. Aveva tutto il tempo di leggere,  perché doveva rimanere su quella poltrona per alcune ore.

Era un piccolo libro che la sua insegnante di università, relatrice della sua tesi, la Professoressa Paola Mirella Gilioli, gli aveva consigliato di leggere qualche giorno prima.

La Gilioli era una persona che sapeva affezionarsi ai suoi allievi e che con Guido aveva continuato a mantenere una buona relazione anche a studi finiti.

A volte capita che con gli insegnanti, quando sono veramente validi, si riesca a mantenere un rapporto tale da farli diventare piccole luci che illuminano ampi spazi delle proprie strade.

La Professoressa Gilioli, appunto, qualche giorno prima gli aveva casualmente telefonato e sentendolo diverso dal solito gli aveva domandato spiegazioni. Lui, inizialmente reticente, aveva poi raccontato tutto per filo e per segno e l’insegnante, più esperta di lui sulle difficoltà della vita, gli aveva semplicemente detto:

“Domani vai in libreria e compra Servabo di Luigi Pintor, a me è piaciuto e credo che possa interessare anche a te”

Lei faceva così, gli buttava là delle perle di saggezza e lui iniziava a correre nella speranza di arrivare in tempo per raccoglierle.

Il giorno seguente aveva acquistato il libro ed alla sera aveva iniziato a leggerlo, ma un po’ per disattenzione, un po’ per stanchezza, non aveva ancora capito il punto che avrebbe dovuto incoraggiarlo.

Questo fino a quella mattina, quando inavvertitamente poi il libro cadde e Daria, raccogliendolo glielo porse casualmente aperto.

Guido, che a certe cose poneva attenzione, pensò:

“Vediamo un po’ cosa mi si vuol dire …”

In realtà non era tanto una questione di pagina aperta, ma di mente aperta e lui, in quel momento, era pronto a cogliere quella frase che era lì, da sempre, a pagina 13:

“Una grande quantità di gente di ogni età è passata attraverso la guerra restandone segnata (parlo dei sopravvissuti, si capisce). Ma la confina in un altro tempo, in un’esperienza quasi irreale, che non ha nulla a che fare con la normalità dell’esistenza. Per me non è così, quelle vicende hanno deciso interamente del mio futuro, formando tutto il mio modo di pensare e di comportarmi …”

A Guido venne in mente la frase di Voltaire posta all’inizio del testo e tornò nuovamente a leggerla e, solo allora, gli sembrò di afferrare un suggerimento della sua prof.

La frase citava così:

“I libri più utili sono quelli in cui i lettori fanno essi stessi metà del lavoro:

penetrano i pensieri che vengono presentati loro in germe, correggono ciò che appare loro difettoso, rafforzano con le proprie riflessioni ciò che appare loro debole.”

Allora pensò che anche la sua fosse una guerra che stava combattendo ed a quanti prima di lui, con lui e dopo di lui l’avrebbero combattuta.

Quindi, nel tentativo di cercare di penetrare il pensiero di Pintor, come suggerito da Voltaire, alzò lo sguardo per vedere chi era lì a combattere con lui in quella stanza.

Erano cinque poltrone, tutte occupate, con padroni dai volti stravolti, tranne una, quella più vicina alla finestra, su cui sedeva un giovanissimo ragazzo che a fatica, forse, poteva avere diciotto anni. Era l’unico sorridente e la madre, a lui accanto, stava seduta su una sedia e teneva stretta la mano del figlio. Il ragazzo si lasciava coccolare dal suo sguardo benevolo, mentre cercava di rassicurarla raccontandole qualcosa di spiritoso.

Lei, in silenzio, ascoltava.

Guido guardò entrambi teneramente e paragonò quel ragazzo a Luigi Pintor che aveva vissuto la guerra dai quattordici ai venti anni; probabilmente i due avevano questo in comune.

E Guido con loro cosa aveva in comune?

La realtà di una guerra che stava vivendo e che probabilmente avrebbe trasformato il suo modo di essere e questa non l’avrebbe mai dovuta confinare in un altro tempo per dimenticarla, perché ogni esperienza, anche la più terribile, può sempre fortificare … ecco quale poteva essere l’altro suggerimento della Professoressa che spesso gli diceva:

“Non ti preoccupare mentre sei in cammino, perché da qualche parte arrivi sempre!”

E allora comprese anche un terzo suggerimento, quello che non avrebbe mai dovuto dare per scontato, che anche lui non era solo. Si voltò e disse qualcosa a Daria per farla sorridere.

Guido Speranza – 39

marzo10

Guido, seduto vicino a Daria, in attesa del proprio turno, sentì che, con l’altoparlante, veniva trasmessa la comunicazione che attendeva:

“Il signor Guido Speranza è pregato d’andare alla stanza 4 poltrona 5”.

Si alzò per dirigersi dove quella voce gli aveva indicato.

Daria, un po’ imbarazzata, perché non sapeva bene come dovesse muoversi in quell’ambiente, lo seguì rimanendo dietro a lui di due passi.

Un’infermiera, lungo il corridoio, gli domandò se fosse lui il signor Speranza e gli chiese di seguirlo.

Lui camminava spedito cercando di mantenere il passo dell’infermiera.

Daria cercava di mantenere il passo del marito tenendo strette le giacche di entrambi e la propria borsa.

Infatti, Guido si era alzato e preso dall’agitazione per quello che doveva fare, aveva tacitamente delegato la moglie ad accudirlo.

L’infermiera fece vedere a Guido la poltrona sulla quale doveva distendersi, mentre la copriva con un lenzuolo bianco.

Guido si sedette ed era talmente concentrato su di sé, da non accorgersi degli sguardi di domanda che gli lanciava l’infermiera, fino a quando lei non ruppe il silenzio:

“Scusi, ma lei è il professor Speranza?”

“Sssì?!”

“Lei non si ricorda di me, ma io sono Esposito …”

“Valeria!”

“Ma come fa a ricordarsi il mio nome? … dopo tutti questi anni! … saranno passati più di dieci anni da quando è stato il mio Prof a scuola … che poi era l’insegnante dei maschi, ma io facevo con lei l’attività al pomeriggio … con la squadra di calcio femminile …”

“Ma io mi ricordo di tutti i miei allievi …”

E dicendo così iniziò a scaricare la propria ansia, perché si sentì un po’ … un po’ raccomandato.

“Io mi ricordo sempre i nomi di tutti i miei allievi, poi tu eri bravissima a giocare … mi ricordo bene …”

Daria lo guardò con la smorfia tipica che usava quando doveva fargli capire di non eccedere con le svenevolezze.

Guido, invece, si entusiasmò all’idea di conoscere chi avrebbe bucato il suo braccio da lì a poco …

Quando la giovane infermiera fu pronta, gli si avvicinò per stringere il suo braccio con il laccio, poi, chinandosi, picchiettò sulla pelle nel tentativo di evidenziare la vena sottostante e commentò:

“Ma pensa com’è strana la vita?! … prendo servizio oggi in questo reparto, perché sono stata assunta da poco e guarda te con chi inizio … il mio primo paziente è il mio Prof preferito!”

Guido si irrigidì, per un attimo ebbe la tentazione di fermarla e di domandarle, in memoria del loro comune passato, se poteva chiamare una collega più esperta, ma non volle ferirla … ed il fatto di conoscerla non fu più per lui una garanzia di successo, ma si trasformò nell’obbligo di comunicarle la sua bravura … qualunque fosse stato il risultato …

“Porca miseria proprio con questa dovevo iniziare?! e poi, se non ricordo male, non è che fosse così sveglia” pensò Guido e cercò una soluzione alternativa …

“Ma perché me l’ha dovuto dire? Se non mi conosceva era meglio …” continuò il suo pensiero mentre le sorrideva … Lei non si accorse di nulla e lui cercò, come aiuto esterno, lo sguardo di Daria, ma a lei, sinceramente, venne un po’ da sorridere capendo bene i  suoi timori … non voleva prenderlo in giro, ma le venne naturale guardarlo come a dirgli “Hai visto furbetto!”

Allora Guido distolse lo sguardo da Valeria e dal proprio braccio e da Daria e cercò ancora un aiuto fino a quando non lo trovò … era lì a guardarlo, appeso, di fronte a lui, sul muro bianco ed appariva solo, dolorante, ma disponibile ad incoraggiarlo:

un Crocifisso al quale non avrebbe mai pensato di affidarsi.

Ebbe un pensiero di fede e come già altre volte gli era capitato gli tornò alla mente una delle domande ridondanti di quei frenetici giorni e questa volta la pose all’Uomo sulla Croce:

“Perché a me questa malattia?”

Guido sentì leggero l’ago della farfallina posizionarsi nel braccio ed i timori scomparvero immediatamente.

Lui non capì cosa esattamente l’aiutò a superare quel momento … se fu Cristo in Croce, la sua forza d’animo, la reale bravura di Valeria o tutte queste capacità insieme, ma finalmente concesse al suo corpo di rilassarsi, per quanto potesse, su quella poltrona e si domandò:

“Per quanto tempo dovrò portare questa Croce?”

Guido Speranza – 38

marzo2

Era mattina presto, il primo giorno di lavoro di Guido come malato e di Daria, come sua familiare.

Entrarono nel Day-Hospital e si presentarono alle infermiere che, sedute dietro al bancone della reception accoglievano le persone, una in modo spiccio una, l’altra più accogliente.

Inizialmente i malati si disponevano in fila davanti ad entrambe, poi, col passare degli sbuffi e delle frasi senza senso “ma è sicuro che avesse l’appuntamento proprio oggi? … non si appoggi sul bancone che mi mette l’ansia …“ in modo naturale e quasi ovvio la fila si allungò dalla parte dell’infermiera professionalmente più disponibile.

Dopo essersi registrato, Guido riconobbe Ferruccio seduto sulla sedia in attesa anche lui del suo prelievo. Si guardarono e si sorrisero e Guido pensò di essere in un luogo meno sconosciuto. Era bastato intravvedere quel volto per sentirsi meglio, perché, anche se non lo conosceva in modo approfondito, lo sentiva simile a lui e senz’altro più esperto.

Si avvicinò per salutarlo e Ferruccio si alzò in piedi per stringergli la mano.

Guido percepì il suo calore e la forza del suo spirito e fu per quello che gli venne naturale fare una battuta:

“Buongiorno Ferruccio, prendo servizio oggi come malato!”

“Allora inizia anche le cure … mi dispiace … avrei preferito immaginarla fuori da questo luogo … ogni tanto ho pensato a lei e mi sono detto << magari è fuori … forse non era veramente malato …>> Sa, a forza di stare in quest’ambiente ci si conosce un po’ tutti, almeno di faccia ed allora quando sei qua e non hai nulla da fare … tra una pagina di giornale  e l ‘altra guardi chi c’è … quando sono giovani mi si stringe il cuore … quando dopo un po’ non li vedo più spero che stiano meglio … un tempo facevo amicizia un po’ con tutti, poi … ora … preferisco rimanere in disparte, perché fa troppo male sapere di qualcuno che … beh! insomma … sa che ho proprio avuto piacere di vederla … allora cosa posso dire? … Buon inizio!”

Poi Ferruccio abbassò la voce e facendosi più vicino a Guido gli sussurrò:

“Si metta in fila per fare il prelievo da questo lato in modo d’andare sotto a quella con i capelli un po’ lunghi e biondi … è più brava dell’altra a trovare le vene … dia retta a me … è brava anche l’altra, ma questa di più!”

Guido fece esattamente come suggerito da Ferruccio.

Preferì guardare da un’altra parte ed ebbe l’impressione di non sentire l’ago mentre bucava la sua pelle.

“Signor Guido abbiamo finito … può accomodarsi … la chiameranno per iniziare la terapia …”

“Non ho sentito nulla, ma lei è bravissima!”

“La ringrazio, fa piacere sentirselo dire e vedere un sorriso di prima mattina …”

“Le sorriderò sempre se lei continuerà ad essere così brava!”

“Certo Paola che a te sorridono sempre!” disse la collega

“Si vede che capiscono che ne ho bisogno … sa … Guido … anche noi abbiamo bisogno di essere incoraggiati!”

“Come noi malati?”

“Sì … perché lavoriamo tutti per lo stesso obiettivo … ed è difficile …”

Guido lesse la sincerità nei suoi occhi, nel tono della sua voce e nel contenuto che espresse verbalmente.

“Allora buon lavoro, colleghe!” disse uscendo dall’ambulatorio.

Per la prima volta aveva detto “noi malati”.

Guido Speranza – 37

febbraio23

Guido e Daria decisero di non tenere nascosto alle figlie il percorso delle cure.

A cena il papà iniziò il suo discorso. Questa volta decise di parlare in modo semplice, ma chiaro, senza sentirsi in colpa per qualcosa che non avrebbe mai voluto portarsi addosso.

“Domani bimbe la mamma non viene a prendervi a scuola, perché viene la zia Ludovica” disse Guido, pensando che fosse lui a dovere annunciare quella notizia; si aspettava una serie di domande, la risposta, invece, venne da Gaia.

“Che bello! … possiamo andare con lei dai tappeti elastici dopo la scuola?”

“Pe me e mamma va bene, ma lasciate decidere alla zia …”

“Intanto lei fa tutto quello che diciamo noi!” commentò Mariasole.

Guido provò, per la prima volta nella sua vita di padre, quella strana sensazione di perdita di controllo.

Non sapeva che effetto avrebbero avuto su di lui le terapie e sperava di poter continuare con la solita routine che prevedeva pochissimi interventi esterni di aiuto nella gestione dei suoi figli.

Dovette ammettere a se stesso che un po’ l’infastidiva l’idea che i parenti l’avrebbero sostituito … l’avrebbero aiutato … ci teneva molto ad essere lui quello sempre presente … “ … ma non posso fare altrimenti … non possiamo fare diversamente …”

Venne distolto dai suoi pensieri quando la più piccola disse:

“Ma perché viene la zia e non te come al solito?”

“Devo andare all’ospedale, perché domani ho una visita dal dottore … devo fare un controllo e prendere una medicina … “

“…Perché?”

“Per guarire …”

“Ma tu non hai la febbre adesso?”

“Lo so … ma ho il sangue che fa il birichino e devo controllarlo e sistemarlo … è per questo che vado dal dottore, come quando sei venuta con me dal meccanico … lui ha guardato la macchina e l’ha aggiustata … domani il dottore aggiusta me …”

“E dopo basta?”

“Dovrò andarci alcune volte per un po’ di tempo …”

“E a scuola non ci vai più?”

“Vado in ospedale quando ho il mio giorno libero a scuola … è un po’ come se lavorassi, solo che faccio un altro lavoro … faccio la persona che si deve curare … è un lavoro difficile … è per questo che ci vado con mamma, perché lei è brava a fare tutto e mi aiuterà a fare meglio la persona che si cura … come quando vi aiuta a disegnare e a fare i compiti … dato che domani dobbiamo andare via presto vengono i nonni a vestirvi per portarvi a scuola … la nonna rimane a casa con Pietro ed il nonno vi accompagna  in macchina …”

Poi ci fu silenzio.

Guido voleva lasciare spazio alle bambine per fare i loro commenti, ma loro non li fecero.

Allora lui cercò di sdrammatizzare: “ragazze, mi raccomando, domani poi mi dovrete dire come ha guidato il nonno … lo sapete che dovete stare voi attente al semaforo quand’è verde … era un gioco che faceva anche con me quando ero piccolo … rimaneva fermo al semaforo, con le mani sul volante e gli occhi stretti stretti così”.

Guido fece una smorfia ridicolissima e mentre aveva ancora gli occhi chiusi sentì le sue donne ridere e questo lo tranquillizzò molto.

“Sapete che una volta gli zii ed io gli abbiamo fatto uno scherzo? … Gli abbiamo detto che doveva fidarsi di noi e di non muoversi fino a quando non l’avessimo avvisato con un urlo che il semaforo era verde e lui ha detto << mi fido di voi >> … ha chiuso gli occhi … e si è messo le mani sulle orecchie per paura del nostro urlo … quando è venuto verde, noi non glielo abbiamo detto e lui, un po’ per le mani sulle orecchie, un po’ per le nostre grida di non aprire gli occhi, non sentì le auto vicine che suonavano il clacson fino a quando un uomo non è sceso dalla sua auto e gli ha iniziato a bussare contro il vetro urlandogli:

<< macchè stai facendo, rimbambito, stai giocando a nascondino in macchina? Ma apri questi occhi e sturati le orecchie e datti una mossa a liberare l’incrocio!>>”

Guido iniziò a ridere con le bimbe che si immaginavano l’imbarazzo del nonno e terminò la cena senza riprendere il discorso della sua visita.

Il giorno successivo, alle prime luci dell’alba, Daria e Guido aprirono in silenzio la porta per fare entrare i nonni senza che suonassero il campanello con l’intenzione di non svegliare i figli.

“Dormono ancora tutti?” chiese sottovoce la mamma di Guido.

“Sì … svegliate le bimbe tra mezz’ora” rispose Daria.

Mentre Daria, Guido e Delinquente aspettavano l’ascensore, la porta di casa si aprì e videro le bambine, ancora assonnate, in camicia da notte con i piedi scalzi farsi avanti, preoccupate di non fare in tempo a salutarli:

“Papà, mamma, perché non ci avete svegliate?!” si lamentò una e l’altra aggiunse:

“Papà, non vorrai andare via senza che prima ti abbiamo dato un bacio ed una carezza”

Guido si chinò per raggiungere le loro altezze e disse:

“Avete ragione … adesso sì che possiamo andare via …”

Gaia allora gli diede un grande abbraccio, poi lo baciò e l’ accarezzò sulla guancia attraversata da una lacrima e guardandolo dritto negli occhi lucidi di commozione, aggiunse:

“Buon lavoro, papà!”


GuidoSperanza -36

febbraio14

Guido, insieme a Daria, entrò dalla dott.ssa Zuffa con la tranquillità di chi ha deciso cosa fare della propria vita.

Per lui la scelta, che non sentiva più obbligata, ma meditata, era quella di iniziare le terapie.

La dottoressa l’accolse con una battuta che poteva evitare, ma che non riuscì a fermare sulle labbra:

“Buongiorno Signor Speranza! … allora ha deciso di fidarsi di me …?”

“Non di lei, ma di Sforza e del Professore” pensò Guido e rispose ad alta voce:

“Sono scelte difficili da fare … forse qualcuno si sentirà obbligato ad iniziare le cure, ma per me è importante pensare d’avere scelto insieme al mio curante … in questo caso … insieme a lei …”

Zuffa lo guardò non comprendendo pienamente il significato di quella frase e, anche se le venne il dubbio d’aver perso un pezzo della storia di quell’uomo, non domandò delucidazioni, ma continuò senza dare troppa importanza a quella risposta:

“Allora domani torna alle 9 che iniziamo a infondere la terapia …” e continuò a parlare di medicinali dal nome strano, di effetti collaterali che spaventarono Guido, di ore da passare in quel luogo di cura e, nell’approfondire la sua descrizione, perse completamente un’affermazione del suo assistito … “sono entrato in un nuovo girone infernale …”

Daria gli strinse la mano cercando di trasmettergli tutta la sua fortitudine ed in quel gesto Guido sentì l’amore della sua donna … nelle spiegazioni della dottoressa, invece, sentì la distanza del professionista …

“…e quindi Signor Speranza le devo fare firmare questi fogli e … spero di essere stata chiara … comunque lei se ne deve fare una ragione … può capitare a chiunque di ammalarsi … del resto ci sono delle cose che possono accadere anche se uno non se le cerca e non se le immagina … con una probabilità statistica rarissima .. pensi … tanto per dirle … anche se un piccione facesse la cacca a mille metri d’altezza e questa le cadesse in testa, le farebbe un buco da mettere a rischio la sua vita …”

“Scusi … ma non mi è chiaro l’esempio …” chiese Guido pensando di essersi immaginato quell’ultima parte di conversazione.

“No … dico … non si deve stupire più di tanto … ammalarsi è una cosa che può capitare a chiunque … le facevo l’esempio del piccione per dirle che ci sono a volte delle coincidenze alle quali non pensiamo che possono causare dei danni … appunto … anche una semplice cacca di un piccione …”

“Scusi dottoressa, era un modo figurato per dirmi che sono nella merda?”

“No … era solo un esempio per farle capire che può accadere qualsiasi cosa ad ognuno di noi …”

Fu così che Guido si ritrovò nell’atrio dell’edificio tenendo con la mano destra la lettera di dimissione dal Day-Hospital e con la mente il pensiero di quel piccione che poteva volare al di sopra della quota consentita dalla natura sulle loro vulnerabili teste.

Mentre stava per oltrepassare la porta d’uscita dell’ospedale, si fermò e senza dire nulla a Daria la trattenne con la mano e, dopo pochi secondi, con espressione allarmata, le chiese:

“Daria … hai sempre il tuo ombrello in borsa …? dammelo subito …”

“ … ma c’è il sole …” e nel dire questo gli allungò l’ombrello senza comprendere.

“Come sono fortunato io … ho una moglie previdente … Dai!… Daria ! … vieni sotto l’ombrello con me perché, con la fortuna che mi sento in questo periodo, ci manca solo che un piccione impazzito, per suicidarsi, punti a superare la barriera del suono e da lassù decida di cagare addosso a questa povera umanità pensando di trapanare la testa dello sfigato che sta sotto … e noi? … lo freghiamo perché abbiamo l’ombrello!”

Tutto questo Guido lo disse facendo il finto serio con le smorfie tipiche di chi pensa d’avere imbrogliato il destino o di essere più furbo degli altri o di chi ama talmente sua moglie da volerla vedere ridere ancora … ed in effetti Daria iniziò a ridere aggrappata al braccio di suo marito che eroicamente portava quell’ombrello a protezione di entrambi.

Guido Speranza – 35

febbraio2

Guido seguì il consiglio del dottor Sforza e trovò il luminare più illustre del momento, quello specifico per la sua patologia.

Andò da lui per una visita, portò tutte le carte e si sedette nel suo grande e luminoso studio.

Mentre il Professore studiava tutto l’incartamento, Guido e Daria si guardarono intorno ed entrambi furono colpiti dalla bacheca che era alle sue spalle.

La particolarità della stessa era data dalle numerose foto appuntate con spilli colorati.

Erano volti di mille storie che il medico, molto probabilmente, aveva incontrato nella sua vita professionale: volti sorridenti, volti più seri, volti simpatici e tutti, si intuiva,  erano a lui devoti.

Di fianco, attaccati alla parete, dei disegni di bambini con scritte in stampatello stentato che dicevano:

grazie per avere curato il mio papà … grazie per avere mandato a casa la mia mamma … grazie per il mio nonno.

Una, in particolare, colpì Guido: grazie per essere stato l’angelo del mio papà, da grande farò il dottore.

Quelle frasi incoraggiarono Guido facendogli pensare d’essere capitato nel posto giusto, dopotutto anche lui era padre e senz’altro il Professore l’avrebbe rimandato a casa con delle certezze in più.

E fu così.

Guido e Daria tornarono a casa con 3oo euro in meno, ma con la sicurezza che potevano rimanere nel loro centro “i colleghi stanno facendo tutto secondo le regole … le consiglio di rimanere dov’è, perchè sono bravi … è un Centro d’eccellenza … se dovesse avere bisogno di me torni pure quando vuole …”

Adesso Guido si sentì più tranquillo e pronto per iniziare le terapie.

Guido Speranza – 34

gennaio10

Uscendo dall’ambulatorio, Guido si trovò così emotivamente scosso da doversi fermare al bar dell’ospedale per ritrovar se stesso.

Mentre fece la sua richiesta al barista, vide il dottor Sforza seduto ad un tavolino con un collega.

Non lo volle disturbare, ma sentì una forte rabbia nei suoi confronti.

L’aveva abbandonato senza avvisarlo.

In realtà, sapeva che non era stato un vero e proprio abbandono volontario; era sicuro che il suo medico aveva dovuto seguire delle direttive, ma il fastidio che provava, acuiva una malinconia mista a tristezza.

Si sentiva solo.

Fu per questo che preferì girargli le spalle per non essere visto e dirigersi alla cassa per pagare.

Più tardi, pensò, avrebbe telefonato all’ “ufficio prenotazioni visite mediche a pagamento” ed avrebbe preso il suo appuntamento con Sforza e gli avrebbe detto “il fatto suo”.

Non si accorse che anche Sforza l’aveva visto e si era alzato per raggiungerlo.

Sforza era un dottore burbero, poco amato dai colleghi, perché aveva il brutto vizio di metterli in difficoltà nel domandare loro chiarimenti sulle proprie scelte terapeutiche.

E loro si sentivano sempre sotto esame.

In realtà, i malati lo preferivano agli altri, perché aveva delle premure e delle attenzioni che non ritrovavano così spesso nei colleghi che lo sostituivano.

Guido Speranza, però, non sapeva ancora che Sforza fosse un tipo così … di quelli di cui si dice “è un medico molto umano”.

Effettivamente Guido lo scoprì quel giorno, quando Sforza fece un gesto che tanti operatori sanitari dovrebbero imparare a fare; si alzò per andare a parlare con Guido … lo fermò appoggiandogli la mano su quella spalla che Guido teneva saldamente girata al medico, proprio per non vedere la faccia di “quel traditore”.

Signor Guido sono proprio contento di vederla … ci contavo di incontrarla prima o poi …”

…ma se mi ha abbandonato …” questa, Guido non volle risparmiargliela.

Ha ragione a pensarlo e questo le dimostra quanti passi avanti dobbiamo ancora imparare a fare nella comunicazione … è brutto vedere sparire il proprio medico in questo modo … comunque volevo dirle che ho parlato con la dottoressa Zuffa e …”

Sì … l’ho vista oggi, ma preferivo parlare con lei dottore … direttamente … perché mi conosce dall’inizio e stavo andando a prenotare una visita a pagamento…”

Perché?”

Come perché ?… lei non fa la libera professione?”

Certo, ma non capisco …”

Voglio sentire da lei perché devo iniziare le terapie …”

Ho capito … mi aspetti qui un momento …”

Guido lo osservò fare qualche passo indietro per indicare con la mano al collega, rimasto al tavolino del bar, che si sarebbero sentiti telefonicamente più tardi, poi, tornare verso di lui per invitarlo a seguirlo.

Camminarono fino all’ascensore senza dirsi nulla.

Una volta saliti, non poté chiedere delucidazioni per quel cambiamento di programma, perché c’erano troppe persone ad ascoltarli.

Arrivati al piano del reparto, vennero interrotti da uno specializzando che domandava come procedere con le terapie di un certo Signor Mario Rossi.

Sforza, immediatamente, spiegò al giovane che, se lui era in compagnia di una persona estranea al mondo medico, non doveva permettersi di dire ad alta voce il nome di un loro paziente “… ti piacerebbe che io dicessi il nome di tua madre, se fosse una mia paziente, in corridoio davanti ad estranei ?!…”

Lo specializzando divenne rosso, fece sommessamente delle scuse e terminò con un “…non accadrà più … mi scusi anche lei …” rivolto a Guido che, se avesse potuto, sarebbe volato via.

Entrati nello studio del reparto pensò “…adesso mi mangia …”

Il dottor Sforza, invece, fece tutt’altro.

Ha ragione signor Guido, sarebbe stato meglio che vedessi tutti i miei assistiti e fossi io a comunicare loro il cambio del medico referente … ma anch’io l’ho saputo all’ultimo momento … l’ultima volta che ci siamo visti non ne ero certo …”

Avrebbe potuto dire che forse … oppure potreste dire sempre a tutti che probabilmente non rimarrà sempre lo stesso medico per tutto il percorso di cura …”

Sì … probabilmente dovremmo dire così … anzi d’ora in avanti dirò proprio così … ma mi dice cos’è accaduto con la mia collega? …”

Guido raccontò tutto e Sforza decise di spiegargli nuovamente le scelte terapeutiche:

“ … quindi è per questi valori del sangue e per gli esami strumentali che pensiamo sia il caso di iniziare le terapie … ma sinceramente io non la vedo convinto, è per questo che la mia collega le ha detto che non ero sicuro del suo adattamento alla malattia … forse sarebbe il caso che lei sentisse anche un parere esterno alla nostra struttura … io le dico i centri migliori italiani … lei lo chieda anche al suo medico di famiglia … poi, una volta che avrà scelto, mi dirà la sua decisione …”

Guido rimase molto soddisfatto di quella proposta e non pensò neanche per un attimo che Sforza lo volesse “scaricare”, si sentì veramente “preso in carico”.

Sulla porta domandò dove dovesse andare a pagare quella consulenza e Sforza, visibilmente imbarazzato, commentò la sua domanda: “Ma allora non mi sono spiegato bene … se lei deve fare un consulto deve andare in un altro centro … anche se io sono in reparto, lei è e rimarrà sempre un malato che io ho seguito e quindi la conosco … non è che adesso ogni volta che ci vediamo lei mi debba pagare … io sono già pagato per assisterla … io sono qua per lei come per chiunque dei nostri assistiti … vedrà che adesso andrà tutto bene con la dottoressa Zuffa … e noi siamo abituati a fare delle riunioni settimanali per parlare delle diverse situazioni … io comunque sono qua …”

Guido non seppe mai che il dottor Sforza telefonò alla dottoressa Zuffa per farle notare, come solo lui sapeva fare, che forse poteva essere “un po’ più comprensiva con il signor Guido Speranza.”

Questo lo seppi io stessa direttamente dal dottor Sforza quando mi chiese una consulenza psicologica con Skype per alcuni suoi assistiti … tra cui anche il Signor Guido.

Il mio sito, infatti, è di consulenza online non solo per i malati ed i loro familiari, ma anche per gli operatori del settore.

Il dottor Sforza è sempre stato un passo più avanti ai suoi colleghi e … il mondo è piccolo quando si naviga in Internet.

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