Jennifer Denise Cheslock

Quando la vita cambia colore

di Lisa Galli: un blog per i malati, per i loro familiari, per chi li cura e per quelli detti sani

Complimenti per il 10 di tuo figlio!

novembre23

Arrivo a scuola a prendere i miei bambini. La mamma di un compagno di classe di mio figlio di otto anni mi dice:

“Complimenti per il 10 di Seb!”

La guardo con punto di domanda: non è da lei stare a guardare i voti degli altri.

Intuisce la mia perplessità e aggiunge, con il suo accento romano:

“Mo’ ti spiego … qualche giorno fa mio figlio è venuto a casa dicendomi che solo in tre avevano preso un voto alto nella verifica e che senz’altro uno dei tre non era lui. Allora gli ho domandato: << e perché non puoi essere tu?>> <<E’ impossibile perché sono sempre i soliti tre!>> Poi ieri è entrato in casa urlando tutto esaltato <<Mamma, mamma, Seb ha preso 10 ed era il voto più alto!>> Il suo entusiasmo mi faceva piacere, ma mi sembrava un po’ eccessivo e gli ho chiesto: <<Ma tu perché sei così felice?>> <<Perché se c’è riuscito Seb allora vuol dire che ci posso riuscire anch’io!>>”

Ho trovato questa storia interessante per lo scambio di battute tra madre e figlio, ma anche divertente, quasi fosse una barzelletta. Nel pomeriggio l’ho raccontata ai miei figli; ridevamo con le lacrime agli occhi. Poi improvvisamente mi si è accesa una lampadina:

“Cavoli Seb! Mi è venuta in mente una cosa!”

Dal ridere sfrenato ci siamo tutti e cinque ricomposti.

“Cosa mamma?”

“Che il tuo dieci non è un semplice 10, ma è molto di più!” 

“In che senso mamma?”

“Il tuo 10 ha reso  possibile l’impossibile e ha liberato i tuoi compagni di classe dall’idea del <<Io non posso farcela! >> … adesso anche loro sanno che possono riuscirci se si impegnano!”

Mio figlio mi fissa, forse pensa che lo stia prendendo in giro, ma poi capisce che non è così e conclude serio:

“Io ho fatto tutto questo mamma? … se lo dici tu …”

 

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Ma perché mi ha dato della deficiente?

novembre8

Entro al poliambulatorio con mia figlia maggiore, quella di dieci anni.

Chiedo alla segretaria dove devo andare. Mi risponde gentilmente, ma in modo perentorio: “Ambulatorio 7, non bussi, attenda che la dottoressa la chiami!”

Mi dirigo alla postazione e mi siedo a cuccia.

Dopo dieci minuti capisco, sbirciando dalla porta socchiusa, che lei è dentro, ma ho troppo paura per ardire di bussare. Da lì a poco esce e mi chiede: “Perché non ha bussato?”

“Non volevo disturbarla e mi avevano detto di non farlo”

“Avrebbe fatto bene invece a farlo!”

Sorrido e annuisco e penso: “Non ci si prende mai!”

Ci sediamo tutte e tre e lei, al di là del tavolo, inizia a scrivere al computer sollevando di tanto in tanto lo sguardo. Guarda mia figlia e con il sorriso più tirato dell’universo le domanda il nome e se ha dei fratelli.

“Sì, tre più piccoli”

“Cooooome treeeee? Allora siete in quattro!” 

La dottoressa è forte in matematica, ma la scoperta dei quattro la scompensa.

“Ma come fa signora ? Ha degli aiuti?”

“Sì certo, ho dei nonni molto validi …”

“Ahhhhhh … ecco! Diciamo la verità, perché sembrano tutti più bravi e poi invece, se vai a domandare, scopri che hanno tutti degli aiuti …” 

Il suo tono della voce è acidamente frustrato.

“… ma guardi che io sono sempre sincera … dico sempre che ho degli aiuti …”

“No … perché io ho un figlio solo, ma faccio una fatica … sono sempre in giro …”

Taccio e penso:

“Te l’ho chiesto io di diventare la megasuperdottoressamassima del problema di mia figlia e di girare il mondo per conferenze e di avere ambulatori sparsi per la regione? ”

Dopo la visita inizia la sua spiegazione. Io mi perdo nelle sue parole specialistiche senza che lei si ponga il problema del mio capire e termina con:

“… in ogni caso non è un problema, ma sua figlia va tenuta sotto controllo, non è che debba fare qualcosa …”

Quando finisce di parlare le chiedo una definizione di quello che ha mia figlia, in molti la chiamerebbero diagnosi:

“Quindi, sarebbe a dire che mia figlia ha …” e ammicco a lei che finisca la mia frase.

La dottoressa non dà cenno a continuare e io, imprudentemente, oso: “… ma per il problema, che non è un problema, è meglio che faccia … nuoto?”

“Allora signora lei non ha capito niente! …” e lo dice stizzita ed indispettita. Mi ricorda la mia professoressa del liceo, quella che se anche facevo bene non mi dava mai più di sei e mezzo.

Senza pensare di cambiare parole, perché forse non è stata capace di farsi capire da me o forse, più semplicemente, perché io potrei essere tonta, ripete esattamente le cose di prima nello stesso modo.

Ormai ha perso del tutto la mia attenzione, perché io a quel punto sto pensando:

“Ma perché mi ha dato della deficiente?” 

Finisce di raccontarmela, mi allunga la sua lettera e mi stringe la mano. La centrifuga è durata non più di 15 minuti. Vado dalla simpatica segretaria che mi chiede 107 euro. Le affido la mia carta di credito, seguo con lo sguardo le sue manovre fino a quando la voce dell’innocenza, quella di mia figlia, mi fa la sintesi di quanto accaduto:

“Ma perché così tanti soldi per così pochi minuti? …”


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Ci mancava solo l’incontro con il genitore perfetto!

ottobre30

Di solito a casa mia funziona così: alla mattina i bambini li porta a scuola mio marito ed al pomeriggio li vado a prendere io.

Tutti i giorni lui li alza, imposta la colazione e si veste, mentre io mi do da fare sollecitandoli perché non perdano tempo.

L’inizio della mattinata è sempre frenetico: casa piccola, un solo bagno e ci siamo già detti tutto.

Poi ci sono le eccezioni che sono quelle che scardinano una routine che è sempre di corsa.

Ci sono le volte in cui mio marito, per lavoro, deve partire prima e quindi rimango da sola a spingere le creature a darsi una mossa, perché altrimenti arriviamo tardi a scuola.

In una di quelle mattine avevo fatto alzare i tre grandi dieci minuti prima.

La piccola dormiva e, come tutti i giorni, (perché occorre ricordarlo tutti i giorni) ho domandato loro di non svegliarla.

Ovviamente si è svegliata e questo ha comportato maggiore corsa e minore tempo mio a disposizione per tutti. Poi, fortunatamente, è arrivata mia madre in soccorso e tra un’esclamazione e l’altra sono riuscita a caricare i miei tre scolari in auto.

Era scontato che scattasse la ramanzina. Avete presente di quelle ramanzine che alla fine ti sei annoiata pure tu a parlare? Ecco di quelle!

Arrivati a destinazione li ho sollecitati a correre prima che la scuola chiudesse ed io dietro di loro a vedere che entrassero. Esausta, ma soddisfatta, sono ritornata alla macchina.

E’ stato lì, nel parcheggio della scuola, che ho incontrato il genio, quello che sa tutto di me ed io non so nulla di lui: il genitore perfetto.

Il genitore perfetto è quello che vuole essere sempre simpatico, che non ha mai un capello fuori posto, che si veste perfetto, che non corre mai, che senz’altro riesce ad andare davanti allo specchio alla mattina per vedere che sia tutto sotto controllo e che ti dice la frase che ti lascia interdetta:

 

“Ciao Lisa! Ci sei tu oggi? Allora finalmente ti sei dovuta alzare presto stamattina?!”

 

 

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16 dicembre 1939

ottobre26

Oggi sono andata da mia mamma ed ho fatto in tempo a salvare due quaderni che ha scritto da bambina.

Li stava cestinando nella carta, perché dice che non vuole lasciare a noi figli questo impegno se dovesse partire improvvisamente … Questi suoi scritti scolastici di bambina di dieci anni mi inteneriscono: uno è un diario datato 1939 corretto dalla sua maestra, l’altro è il “Quaderno della Piccola Massaia”.

Dal suo Diario riporto quanto scritto il 16 dicembre del 1939:

“Questa mattina appena alzata vidi la neve. Io fui contenta, ma la mamma mi rimproverò dicendomi <<egoista>>, perché non pensavo che tanti non hanno la legna. Io ho capito che la mamma aveva ragione.”

 

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All’ufficio postale …

ottobre24

Entro baldanzosa all’ufficio postale sentendomi molto furba.

Incredibile, non c’è nessuno!

Ho scelto l’orario migliore: le 13 e 30.

Saltello felice e raggiungo l’impiegato che sta scrivendo al computer seduto al di là del bancone. Attendo, non voglio disturbarlo, so aspettare il nostro momento, quando lui si volterà e mi domanderà garbatamente: “Desidera?”

Passano diversi secondi.

Il silenzio tra noi continua più del necessario, evidentemente sta salvando il mondo ed è giusto che non mi abbia vista.

Tossisco, leggermente. Nulla.

Allora domando timidamente: “Scusi?”

Lui, senza guardarmi, mi chiede: “Ha preso il numero?”

Ho la certezza che conosca già la risposta.

Tra me e me mi dò una spiegazione: “Forse hanno bisogno di sapere quante persone sono entrate in una giornata” e rispondo:

“Scusi … ha ragione lei … vado a prenderlo subito … sa nell’entusiasmo di non vedere altra gente sono corsa da lei!”

Cerco di fare la simpatica e lui continua a non guardarmi.

Torno alla postazione con il mio bigliettino ben in vista,  soprattutto per l’impiegato.

Atro silenzio.

Guardo in alto, prima a destra poi a sinistra e mi dico: “… ci sarà una telecamera nascosta e sono su Candid Camera …” 

Sono troppo intelligente!  Altri secondi …

Faccio per parlare e lui mi azzittisce: “Aspetti che chiami il suo numero!”

“Dai!” penso “Adesso salterà fuori qualcuno e mi dirà che è uno scherzo!” 

Osservo l’impiegato e in effetti è veramente bravo come attore, quasi quasi ci credo. Attendo ancora qualche minuto poi lui si gira e ad alta voce proclama: “55!”

Non voglio sbagliare, sono entrata nella parte, guardo il mio numero ed esultante annuncio: “E’ il mio!” Lui lo prende in mano, controlla pure ed io rimango sospesa nella speranza che vada bene, non si sa mai, forse ho capito male e ha detto 54.

Subito dopo mi sento cretina, mi volto per vedere se è entrato qualcuno così da pensare che ho fatto bene a dire che è il mio, altrimenti che senso ha?!

Ma non c’è nessuno, forse è meglio così, mi avrebbe preso per una pazza urlatrice.

Sono confusa e gli affido la mia raccomandata. Lui va a prendere la mia busta … ho paura che accada qualcosa … di avere sbagliato in qualcosa … non ho più certezze …

Mi fa firmare e mi saluta. Tutto qua?! Rimango in attesa. Dov’è il regista? Quand’è che lui mi dice di essere un attore? Solo così posso tornare a credere di essere la più intelligente del mondo, perché sono andata all’ufficio postale alle 13 e 30. Niente. Esco affranta, salgo in macchina ed aspetto un minuto fissando la vetrata e nella mia solitudine ad alta voce mi dico: “Ora qualcuno uscirà e gli darà una pacca sulla spalla dicendo: “Bravo! C’è cascata!” 

Invece no.

Ho impiegato 20 minuti nonostante fossi l’unica cliente.

La prossima volta vado alle 11, sbufferò per la fila, ma almeno avrò salvato la mia autostima.

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Momenti di intimità con i figli

ottobre5

Qualche volta, quando si presenta l’occasione di uscire da sola con uno dei miei figli, lo faccio volentieri per dedicare a lui solo quel preciso momento.

Può essere una visita medica o l’acquisto di un capo d’abbigliamento o di materiale per la scuola.

Non sono molte queste occasioni, ma sono intime e piacevoli.

Ieri è stata la volta della mia bimba di cinque anni.

Ecco il cuore della nostra conversazione.

“Mamma sei anziana, hai i capelli bianchi … ”

“Ma tu lo sai che i capelli bianchi li hanno le persone sagge?!”

E lei, come al solito mi rimbalza con una domanda.

“Mamma, tu lo sai che sei la mamma più buona del mondo?”

Me lo chiede con il tono della voce di chi ha ricevuto questa notizia da qualcuno, di recente. E io ci casco e le domando:

“Ma chi ti ha detto questa cosa della mamma?”

“Ehhhh … me l’hanno detto i tuoi capelli bianchi, perché sono saggi …”.

E ride.

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I figli riescono a sorprenderci sempre …

settembre23

E’ quando pensi d’avere tutto sotto controllo che ti accorgi che la lotta è impari: 

i figli hanno molta più fantasia dei genitori!

 

Ho portato la mia bimba di quasi sei anni al Teatro per fare le audizioni del coro delle voci bianche. Le piace cantare.

I due Maestri preferiscono conoscere i bambini prima di incominciare le lezioni e li ascoltano da soli, uno alla volta, per sentire l’intonazione della loro voce.

Quello stesso giorno mia figlia era appena stata dalla dentista per mettere l’apparecchio fisso. Prima d’entrare nella sala le ho domandato:

“Vuoi che ti accompagni dentro così dico ai Maestri che oggi parli male per l’apparecchio ?…” 

“No, mamma, glielo dico io” mi ha risposto sputacchiando.

Fiera di una figlia così coraggiosa, l’ho guardata entrare nella stanza e dirigersi, con passo deciso, verso di loro. Lo ammetto, ho pensato con ammirazione: “Che brava!!!” 

Quando è uscita le ho chiesto: “Tutto bene? Hai cantato la tua canzone?”

“Sì mamma, ma il Maestro non la conosceva ed allora mi ha detto di cantare Tanti Auguri”

“ E tu l’hai cantata? …”

Allora lei, con quei suoi begli occhioni neri, grandi grandi, con quella sua boccuccia così delicata (anche se la saliva la faceva un po’ incespicare), con la vocina angelicata e la naturalezza di chi non vuole offendere nessuno, mi ha intonato “Tanti auguri” … ma le parole erano un po’ diverse da quelle che mi aspettavo:

“Tanti auguri a te,

ma la torta a me, 

assomigli ad una scimmia, 

ma tu puzzi di più …”

 

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L’uomo su una gamba

agosto18

Ogni giorno, in riva al mare, vedevo un uomo con una gamba sola.

Osservavo l’eleganza dei suo movimenti. La gamba gli era stata amputata fino al ginocchio; gli rimaneva solo la coscia. All’ora in cui lo incontravo, era sempre nella stessa posizione. In piedi, in costume, parlava con i suoi amici ed intorno i bambini correvano giocando con l’acqua e la sabbia. Aveva due stampelle: su una faceva leva con la mano, sull’altra, per mantenere l’equilibrio mentre chiacchierava, appoggiava la coscia. Fisicamente era un bell’uomo. Il suo torace ampio ed i bicipiti muscolosi erano allenati come quelli di uno sportivo che ama il proprio corpo.

Mi sono domandata quanto grande potesse essere la sua sofferenza, anche se non traspariva nulla. Se Degas l’avesse incontrato avrebbe fermato sul foglio bianco la disinvoltura, la semplicità e la complessità del suo movimento, come era solito tratteggiare le sue ballerine.

Io non sono Degas e mi limito a descrivere la scena che ho visto per la serenità e leggiadria che trasmetteva, nonostante quella gamba amputata.

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Buon compleanno, mamma!

agosto14

Mia mamma oggi compie 83 anni.

L’ho sempre vista sorridere, anche quando era difficile farlo.

Se dovessi riassumere le lezioni di vita che mi ha dato ne citerei tre.

 

La prima, quando mi ha permesso, in accordo con mio papà, di cambiare facoltà universitaria.

Ero scivolata a biologia, ma la mia vera passione era la psicologia. Ho impiegato un anno per capirlo. Una sera, in cucina, mi ha domandato:

“Non è meglio cambiare facoltà?”

E mi ha spiegato che continuava a credere nelle mie capacità, ma, “a volte, si impiega del tempo a comprendere quale sia la propria strada.”

 

La seconda, quando il papà si è ammalato.

L’ha accudito al meglio delle sue possibilità e capacità impegnandosi a esaudire il suo desiderio di morire a casa.

Una sera io ho avuto paura.

Le ho detto:

“Portiamolo in ospedale, non capisci che là lo possono fare morire meglio?” 

Mi ha risposto:

“Tuo padre non vorrebbe”

Ed io ancora, insistente più che mai, ho continuato a minare le sue certezze, fino al suo stop:

“Questa è la scelta di tuo padre e mia, questa è la casa di tuo padre e mia, se non ti va bene puoi anche andare”

Il giorno in cui papà è morto tenevo, insieme alle mie sorelle e a lei, la sua mano.

E’ stato il momento più intimo che io abbia vissuto con lui.

L’abbiamo accompagnato fin dove potevamo arrivare, al di là l’abbiamo affidato a Dio.

Il ricordo di quel giorno mi consola e mi intenerisce.

 

La terza lezione, non certo l’ultima. Mia madre è stata la mia prima lettrice, la mia più grande sostenitrice ed ancora oggi mi esorta a scrivere questo blog aiutandomi con i miei figli. Lei dà e non chiede.

Buon compleanno mamma!

Più di così, per me, non potresti fare.

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Genitori e figli

agosto8

Quello del genitore è l’unico lavoro al mondo che non ha ferie e non è pensionabile.

Sono andata a raccogliere mirtilli con i miei figli. La giornata era organizzata dalla Pro Loco del nostro paese di villeggiatura.

Chinata sulle piantine raccoglievo e mangiavo, le mie figlie, poco distanti, facevano lo stesso. Mi stavo godendo il momento, non pensavo a nulla se non alla poesia del luogo.

Poi è arrivato mio figlio di sette anni con in mano una scatola di plastica aperta  e mi ha detto:

“Ne raccogliamo un po’ per la nonna?”

“Li abbiamo già raccolti … ”

“Sì … ma io vorrei portargliene di più …”

Mi sono fermata. Ho insistito che non si preoccupasse … ma perché insisto con mio figlio?

“Tesoro, non ti preoccupare, per la nonna sono abbastanza …”

Pochissimi secondi di silenzio. I suoi occhi hanno guardato lontano, poi si sono diretti ai miei per sottolineare, con l’intensità dello sguardo, le sue parole:

“Ma mamma la nonna è anziana, non è come te o come me o come le mie sorelle che possiamo venire nel bosco, lei non ci riesce … dai mamma … aiutami a portargliene di più, le fanno bene!”

Il senso di colpa mi ha bloccato in bocca ogni piacere di mirtillo.

Quelli che avevo in mano li ho messi nel suo scatolino e gli ho domandato: 

“Ma lo vuoi riempire tutto?”

“Sì mamma!”

Mi ha risposto tutto contento:

“Pensa a quando mio figlio li raccoglierà per te!” 

Avrei voluto dirgli tante cose su di lui e su suo figlio, per esempio avrei voluto dirgli:

“Spero che sia bravo e buono come te, perché mi auguro che tra trent’anni mi faccia mangiare i mirtilli che tu oggi non mi lasci mangiare!”

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