Jennifer Denise Cheslock

Quando la vita cambia colore

di Lisa Galli: un blog per i malati, per i loro familiari, per chi li cura e per quelli detti sani

Seconda puntata di Guido Speranza

gennaio17

E’ uscita la seconda puntata di Guido Speranza, “La malattia: una mia parte, non tutta la mia persona” . Guido vi aspetta con i vostri commenti!

 

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Guido Speranza è il nuovo blog d’autore per la Gazzetta di Modena

gennaio16

Udite, udite, cari lettori, c’è una grande e bella novità!

Una delle categorie che in questi anni ho scritto in queste pagine è diventata un blog d’autore per la Gazzetta di Modena: Guido Speranza.

E’ proprio così, il mio personaggio di fantasia da oggi acquista una vita indipendente da “Quando la vita cambia colore” e lo potrò scrivere per la testata giornalistica della mia città. Questo mi rende molto felice, perché sono convinta che la storia di Guido Speranza possa essere utile a molti in un confronto per somiglianza e differenza. Spero proprio che lo seguirete in massa e che lascerete i vostri utili consigli, come avete fatto in questi anni.

Continuerò a scrivere anche  su Quando la vita cambia colore. Sono convinta che il virtuale possa permettere a molte persone, che per motivi diversi non accedono ad un percorso di sostegno psicologico, di poter portare avanti un personale percorso introspettivo.

Ringrazio molto la mia amica Rossana Vandelli che, con la sua abilità grafica, è riuscita a dare un volto a Guido Speranza. Appena l’ho visto ho capito che era lui, spero che lo sosterrete nel suo cammino di vita.

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Ringrazio la Gazzetta di Modena, in particolare il Direttore Enrico Grazioli e il giornalista Andrea Marini che credono nel progetto di Guido Speranza. Oggi, sulla Gazzetta di Modena, nella sezione cultura, troverete la descrizione del progetto e la prima puntata.

 

Solo … nel mio corpo immobile

agosto11

Pubblico quanto ricevuto da Alfonso De Prisco.

Leggetelo con molta attenzione. La sua descrizione degli stati d’animo e delle scelte comunicative dei diversi protagonisti/professionisti di questa storia di malattia  (malato, familiare ed operatori del settore),  suggerisce un profondo ed utile spunto di riflessione.

La malattia colpisce una persona nel corpo e l’intero Sistema Familiare, di cui quel corpo  fa parte, nell’anima.

Grazie Alfonso!

 

Aprii gli occhi … ero ancora lì: la stanza bianca del reparto, il bagno, la sedia, il tavolo … Oggetti che potevo scorgere, ma che non “frequentavo” da diverse settimane inchiodato com’ero al letto. La mia brutta polmonite era stata finalmente domata con ore quotidiane di C-PAP, una macchina che attraverso una maschera calcata sul viso spinge aria nei polmoni e ti obbliga a soffiare forte per svuotarli …

Girai lo sguardo a sinistra, verso le finestre. I disegni delle mie figlie, fissati sui vetri con lo scotch, davano un po’ di colore alla stanza e mi spronavano a non mollare.

Dietro, la giornata invernale. Era febbraio e il cielo era grigio ma era possibile che migliorasse.

Riportai l’attenzione sulla parete frontale. La telecamera di sorveglianza mi controllava con il suo occhio rotondo e nero e, accanto, il crocifisso di legno.

Sentii uno sbadiglio giungermi alla bocca, ma non riuscii ad aprirla … sbadigliai come si fa a teatro per non farsi notare … cercai di girare la testa … nessun movimento.

Il cuore prese a galoppare. Cominciai a farmi domande: “E’ questo il coma? Sono paralizzato? Resterò sempre così?”

Provai a muovere una mano. Solo le dita accennavano minuscoli tremori. Non provavo alcun dolore.

Ma ero solo … nel mio corpo immobile!

 

Più tardi entrò l’infermiera per i controlli: “Ehilà, come andiamo oggi?”.

Con uno sforzo enorme riuscii a socchiudere la bocca, ma non uscì una parola. 

Chiusi gli occhi con rassegnazione e sentii una lacrima calda solcarmi una guancia.

L’infermiera capì e mi disse che era tutto a posto e che presto sarei stato meglio.

 

Non riuscivo a credere di stare in quelle condizioni dopo tutto quello che avevo già passato …

 

Vennero a trovarmi i miei genitori, come tutti gli altri giorni.

Provai a dire a mia madre di non preoccuparsi … mi uscì un “… n …”. La vidi sforzarsi di tenere un contegno mentre la disperazione prendeva il sopravvento. Mi chiese se volevo restare solo. Lentamente abbassai le palpebre … “Sì”…

Trascorsi così, come un tronco abbattuto, diverse ore di quella folle giornata; tornando più volte con lo sguardo su quel cielo immobile, sui disegni muti, la telecamera e ancora sul crocifisso. Pregavo … imploravo che accadesse qualcosa …

 

 … entrò il Professor Narni.

Dopo una breve visita, con la sua voce calma e ferma mi disse: “Le cure che sta facendo sono molto pesanti: la malattia è grave. La medicina può fare molto ma non tutto. Il resto ce lo deve mettere lei. Prenda un obiettivo possibile e si sforzi di raggiungerlo. Anche solo … arrivare a sera. E poi a domani…”

Io ero a secco: anche scavando dentro, nel più profondo, non sapevo più dove trovare le forze per reagire.

 

Quando il professore mi salutò entrò mia moglie. Avvicinò la sedia e si sedette. Senza dire una parola mi prese una mano, la strinse molto forte e i suoi occhi, dietro la mascherina, sorrisero.

Sentivo una grande calma spandersi dentro e nuove forze passare dalla sua mano alla mia …

Alfonso De Prisco

I pazienti poco pazienti

maggio29

Su facebook Antonella mi ha scritto il post che leggerete oggi.

Mi dispiaceva che le sue riflessioni andassero perse ed io ho inteso il suo messaggio come una lettera aperta a chi deve attendere, come malato e familiare, al di fuori degli ambulatori medici. Attese sempre complesse per il tempo che passa e che si pensa di “perdere”, ma come dico sempre, anche imparare ad aspettare fa parte del difficile e complicato lavoro di chi si deve curare.

Grazie Antonella e sono contenta del tuo successo terapeutico!

 

Cara Lisa, oggi ho fatto il controllo ed è tutto ok!!!!!!!!!!!!!!!!!!! ora passiamo ai controlli annuali (non vedevo l’ora). Mi sono accorta però che i pazienti sono le persone meno pazienti al mondo!!!!!! Naturalmente non è generalizzata la cosa, ma ogni volta che vado all’ospedale c’è chi si lamenta che c’è troppa gente, che i medici sono lenti, che loro stanno male e non devono aspettare … e te ne potrei dire tante. E’ vero, se siamo in ospedale siamo tutti malati chi più chi meno però bisogna mettersi anche nei panni di chi lavora ogni giorno per noi, medici, infermieri, ricercatori, e che senza di loro molte malattie non avrebbero ancora una cura, grazie alla loro dedizione molte malattie che qualche anno fa non davano molta speranza di vita, oggi hano una riuscita altissima.

Quindi un consiglio, quando andate a fare una visita, non andate di fretta, prendetevi tutto il tempo che serve e date ai medici tutto il tempo di cui hanno bisogno per cercare di salvare anche le altre vite e non solo la vostra. Grazie a tutti i medici, infermieri, ricercatori e tutti quelli che lavorano negli ospedali.

 

 

 

Facce dell’amore

maggio27

Il 28 gennaio un mio nuovo “amico” di fb, MM, ha scritto sulla mia pagina:

“Ciao Lisa, grazie per quello che scrivi, in ospedale a Bologna ti leggiamo, a volte si ride e altre si pensa molto … E’ bello non sentirsi soli nella malattia. E … Buon compleanno in ritardo!”

Lui non lo sa, ma io in quei giorni mi domandavo il senso del mio blog e soprattutto se continuare. Esistono le coincidenze, ma è il senso che diamo ai piccoli eventi della nostra vita che ci permette di andare avanti anche quando si fa fatica.

MM, quel giorno, mi ha dato una motivazione importante ad andar avanti, mi ha permesso di trovare un nuovo senso in quel che facevo.

Il disegno che potete ammirare è suo.

Lui è uno sportivo, è un artista, è un’entusiasta della vita, è un uomo che sa amare.

 

Un giorno MM ha incoraggiato me facendomi partecipare virtualmente alla sua vita, oggi spero di incoraggiare lui accogliendolo nel mio Blog.

Un abbraccio a MM!

 

 

La moglie del malato

maggio22

Vi ricordate la lettera di Ferruccio?

Vi consiglio di leggerla (“L’infermere: un’altra parte del cielo“) prima di continuare la lettura di questo nuovo post.

Quanto pubblico oggi è della signora Oletta che desidera fare una precisazione su quanto scritto da Ferruccio.

La sua testimonianza è molto particolare, perché porta in campo la voce della moglie di una persona malata.

Oletta e Ferruccio, attraverso le loro descrizioni, mi hanno trasmesso uno stile di comportamento e di filosofia di vita.

Senz’altro incoraggiano a credere nell’aiuto e nella solidarietà del prossimo al di là dell’aspetto unicamente professionale.

Riporto la lettera esattamente come l’ho ricevuta, non ho modificato nulla della parte puramente grafica, perché Oletta, che ringrazio di cuore, desidera esprimere le sue emozioni anche attraverso la forma più propriamente grafica della scrittura: maiuscole, punteggiatura, ecc.

Anche quest’aspetto fa parte della comunicazione non verbale delle emozioni.

 

Gentilissima LISA.

Mi permetto di chiamarla così x l affetto e la professionalità che mi ha dimostrato nel percorso di malattia di mio marito GIULIANO. Ho letto nel suo Blog! D’ esperienze professionali e umane di medici paramedici e famigliari durante malattie così importanti come leucemie o linfomi . E MI SONO RICONOSCIUTA nelle parole di FERRUCCIO L’INFERMIERE! PERSONA SPECIALE penserete voi!??  COME tanti!?  E forse è così?!  Io sono la moglie di quel paziente che in un momento di estrema difficoltà si è rivolta a Ferruccio con quelle parole!! PERO’ X farvi capire la PERSONA FERRUCCIO! HA OMESSO DI DIRE! CHE IL SUO TURNO DI LAVORO ERA FINITO! Dopo una nottata molto impegnativa di lavoro. TORNO’ INDIETRO AIUTANDOMI: in quel momento non era più FERRUCCIO INFERMIERE! Ma L’UOMO FERRUCCIO. PERSONA che Auguro a qualsiasi ammalato d’ incontrare nel proprio percorso di malattia. Cosa potevo dire ad un uomo con questi Principi! Se non RINGRAZIARE LA SUA MAMMA.

Un abbraccio FERRUCCIO DA PARTE MIA E DI GIULIANO a cui hai regalato per tutti i giorni dei suoi ultimi mesi DI VITA TANTA IRONIA E TANTI SORRISI. 

OLETTA


“Quella volta ho capito che …”: un esempio di Resilienza.

maggio17

In riferimento al post “Quella volta ho capito che …” pubblico questa lettera chiara, diretta e centrata che fa capire come la forza che ognuno ha in sé, la Resilienza, si esprima nei momenti più drammatici della propria vita.

Ringrazio Ennio, perché la sua esperienza impreziosisce questo Blog ed è un utile spunto di riflessione.

Rivolgo l’invito alla lettura non solo a chi sta facendo fronte ad una malattia o a chi è vicino ad una persona malata, ma anche, e soprattutto, a chi non ha preoccupazioni legate alla propria od altrui salute.

 

 

Buongiorno a voi mi chiamo Ennio Nacinovick e  sono affetto da una leucemia Acuta.

Da 4 anni sono in cura presso il Centro Oncologico ed Ematologico del Policlinico di Modena.

 Al momento sono in degenza da quasi un mese, perché l’ultimo controllo del mieloaspirato ( Midollo osseo) ha rilevato la ricomparsa della malattia a livello molecolare ed ho iniziato un nuovo percorso che mi porterà al trapianto di  midollo osseo.

Ho riassunto la situazione nella quale mi trovo per semplice conoscenza.

Adesso vedrò di focalizzare il punto per il quale ho deciso di scrivere questa lettera:

QUELLA VOLTA HO CAPITO CHE …  da una condizione decisamente negativa ed autolesionista ho trasformato la situazione che stavo vivendo in positivo. 

Quattro anni fa, all’inizio della mia prima degenza, a causa di imprevisti di  percorso, per un periodo di due mesi sono stato costretto a letto e per tutto questo periodo, nel quale avevo perso la possibilità di autogestirmi nelle piccole cose di tutti i giorni, 

come l’igiene personale, sono stato seguito dallo staff Infiermeristico del reparto.

A seguire cercherò di descrivere in breve la situazione che stavo affrontando come deleteria e mortificante nella mia mente: indossavo 24 ore su 24 un pannolone dove naturalmente liberavo i miei escrementi e per circa una settimana, tutte le volte che lo staff infermieristico  aveva finito di ripulirmi, mi nascondevo sotto le lenzuola per non farmi riprendere dalla telecamera  dando sfogo a pensieri autolesionisti che naturalmente sfociavano in pianti e singhiozzi.

Un giorno il pensiero che la mia mente ha formulato è stata una domanda:

“ C..zo  possibile mai che a 47 anni suonati mi debbano accudire come un BAMBINO APPENA NATO?

 e immediatamente la mia mente ha formulato la risposta:

   MA IN QUESTO CONTESTO IO SONO COME UN BAMBINO APPENA NATO .”

In me era scattata la scintilla, avevo intravisto un raggio di sole dopo giorni di nebbia trasformando  un pensiero negativo ( una sega mentale che io stesso alimentavo e generavo, visto che gli infermieri del reparto sono abituati ad affrontare queste situazioni ) in un pensiero positivo, da quel momento tutte le volte che mi ripulivano scherzavo e  non mi sentivo oppresso da pensieri negativi.

Grazie a questa esperienza, ogni giorno cerco di individuare le piccole cose positive della giornata per farne tesoro e rafforzare la mia mente per affrontare al meglio quello che la vita mi offre. 

PS: apprendo ogni giorno, sto imparando ad amarmi e ad avere più autostima, sono una persona qualunque con le mie paure, i miei difetti ed i miei PREGI che ha iniziato  a guardare la vita da un’altra angolazione.

 

Colgo l’occasione per ringraziare tutto lo staff Medico, Ricercatori, lo staff infermieristico, gli addetti al trasporto e tutti i collaboratori che svolgono il loro lavoro in un ambiente così delicato come il Centro Oncologico ed Ematologico del Policlinico di Modena

Ennio  NacinovicK

Qui con te di Stefano Pedroni

marzo13

Ringrazio Stefano per avermi inviato la sua poesia che pubblico con piacere.

La categoria del Blog che ho scelto come luogo in cui custodirla è quella di “Una lettera per TE!” 

Sono tante le possibili forme letterarie che aiutano ad esprimere le proprie emozioni ed idee, la poesia è una di queste e può avere il significato del messaggio epistolare.

Probabilmente in molti vi ritroverete tra queste righe, nei risvolti di versi che risuonano di significato in chi ha vissuto o sta vivendo storie simili.

Buona lettura! 

 

QUI CON TE

Qui con te

a non credere

alla realtà.

 

Qui con te,

un passo indietro

per poter piangere,

tre passi avanti

per abbracciarti

e darti coraggio.

 

Qui con te

dall’altra parte

della corsia,

sulla sedia calda

della sala d’attesa.

 

Qui con te

a sentirti

ancor più mia.

 

Qui con te,

a masticare le tue paure

e digerire la tua speranza.

 

Qui con te,

che nella tua sofferenza di donna

mi sono visto piccolo uomo.

Qui con te,

disorientato perché tu

hai dato forza a me.

 

Qui con te

seduto sul tramonto

a giocar coi tuoi capelli.

Qui con te

a chiederti ancora un sorriso

anticamera del paradiso. 

 

Stefano Pedroni

L’esperienza di un’infermiera

marzo1

Ringrazio Inf. G. per la sua preziosa testimonianza professionale che risponde alla domanda “Quella volta ho capito che …”. Il lavoro del prendersi cura degli altri richiede una particolare attenzione sia della comunicazione verbale che di quella non verbale.

Lo sguardo, il tono della voce, i gesti e tutto ciò che non è linguaggio verbale, può dire ugualmente molto della persona con la quale si interagisce che sia il malato, il familiare o il “collega”.

 

In ottobre dell’anno scorso uno dei miei anziani ha iniziato ad accusare un dolore sottocostale. Si sono aggiunte difficoltà di respirazione. Il paziente non si è mai lamentato, mi raccontava del suo dolore come risposta alla mia domanda: “Come sta?”.

Ho segnalato il problema al dottore, che ha iniziato ad aumentare il Tachidol, ma non era sufficiente. E’ stato eseguito un RX al torace con conferma di tumore polmonare.

Avendo un contatto quotidiano con l’anziano ho visto aumentare sul suo volto la sofferenza.

Ho chiesto al medico di struttura  di  iniziare la cura con morfina in infusor e domandare la consulenza del medico palliativista.

La sua risposta è stata: “A lui non serve a niente”.

Non ero d’accordo con lui.

Continuando a vedere questa persona che soffriva in silenzio, non protestava e non chiedeva, ho deciso di chiedere io per lui.

Per due settimane, giorno per giorno, ho chiesto di applicare l’infusor.

Ci sono riuscita.

Accompagnare l’anziano alla morte mi ha permesso di vedere, che dal punto di vista del dolore era migliorato.

L’infusor e’ stato applicato 3 giorni prima della morte, troppo tardi, per vedere la faccia dell’ anziano completamente senza dolore.

Ho capito che come infermiera devo essere anche una portavoce delle persone che non hanno la forza o possibilità di far valere i loro diritti: il diritto alla morte dignitosa senza dolore.

Non posso fermarmi davanti ai “no” dei superiori.

Inf. G

L’infermiere: un’altra parte del cielo

gennaio17

La malattia colpisce direttamente ed indirettamente l’essere umano: c’è chi la fronteggia portandosela addosso e chi la deve affrontare perché è un familiare o un amico o un infermiere o un medico o uno psicologo, ma si è tutti parte di un unico cielo di cui, prima o poi, ci si accorge.

Ringrazio Ferruccio per questa sua testimonianza tutta da leggere e da riflettere. 

 

Un giorno come tanti altri.

Torni a casa e hai una moglie che ti aspetta. C’è da andare a fare la spesa, in posta a pagare le bollette, andare a cena da amici … e solo venti minuti prima sei uscito dal tuo reparto.

Hai affidato i pazienti che avevi al tuo collega, com’è di routine, e sei andato via.

Non sei stanco, o almeno non sempre, ma hai bisogno di quei venti minuti prima di arrivare a casa per scaricare tutto, lasciarti alle spalle la mattinata passata … non puoi portare il lavoro a casa … si dice così, no?

Il punto è questo. Che si dice, ma la maggior parte delle volte non lo si fa.

Un aforisma arabo recita :

“Fai un lavoro che ami e non dovrai lavorare mai per il resto della tua vita”

Semplicemente vero.

Il lavoro dell’infermiere è spesso associato alla pratica, alla manualità, alla fisicità e meno alla spiritualità, all’emozione o al semplice pensare.

Eppure, nella testa dell’infermiere, non appena quella barra magnetica viene strisciata per confermare la sua presenza nel reparto, arrivano una tempesta di informazioni, ricordi, avvenimenti … e pensa … l’infermiere pensa.

Entri in reparto.

C’è un marito che sta bevendo un caffè dopo aver passato la notte accanto alla moglie, una badante che arriva, con la sua borsa, perché quella mattina dovrà assistere un paziente, una mamma ancora preoccupata per la situazione clinica di suo figlio … e li saluti … perché li conosci.

E pensi.

Pensi che è strano come delle persone passino un determinato periodo della loro vita senza conoscersi, senza vedersi, con la condizione naturale che nessuno sa dell’esistenza dell’altro. Ed è molto strano che per uno scherzo del destino, brutto o bello che sia, inizino a passare molto tempo insieme legandosi così, come se niente fosse, come se fosse normale … naturale.

E’ sempre la medesima cosa che penso ogni qualvolta un medico viene in guardiola e dice:

“Ragazzi domani entra un paziente, nuova diagnosi.” 

Tutti penseranno che la prima cosa che ti vien da chiedere è se è giovane o anziano, se è autosufficiente o allettato … invece no … la prima cosa che penso è:

“Bene! arriva di nuovo qualcuno che nel bene o nel male ti lascerà qualcosa.”

Ed è così. Il più delle volte si attribuisce all’infermiere la capacità di infondere coraggio, di avere una parola di conforto nel suo taschino, di riuscire a risollevare il morale … ma non è niente vero, o almeno non sempre.

I pazienti sono talmente impegnati con le loro trivelle a buttare giù la montagna che si è presentata davanti che non si accorgono che sono loro che fanno molto, che infondo fiducia e coraggio non solo agli infermieri e ai medici, ma anche ai familiari e agli amici.

Mi chiedo sempre: prova tu a far battute o semplicemente a ridere per una battuta mentre sei steso su un letto d’ospedale e l’infermiere, che canta perennemente, ti infonde quella maledetta sacca argentata? Perché poi quest’infermiere canta sempre? Cosa ha da cantare? Vede gente che vuole divertirsi qui? Non vede che c’è gente che non gliene importa niente se domani piove o nevica? E poi tutte quelle risate che si sentono fuori, quei lamenti al mattino … cosa vi lamentate? … almeno voi vi alzate e andate a lavorare … Cosa dovrei dire io?…

Forse, anzi, sicuramente io sarei questo tipo di paziente  … il problema è che però sono quel tipo di infermiere.

Quell’infermiere che arriva in reparto fischiettando, somministra terapia cantando e va a casa sorridendo. Non riesco, e non ho la minima intenzione di portare malinconia o semplicemente la rima della bocca abbassata di fronte a loro. Non se lo meritano.

Ogni giorno ho di fronte a me una mamma che all’ora delle compresse avrebbe dovuto accompagnare la figlia a scuola; un manager che, all’ora dell’infusione di chemioterapia, sarebbe dovuto essere su un volo di linea; un ragazzo che, all’ora della buona notte, dovrebbe essere in un pub ad ammazzarsi dalle risate con gli amici e flirtare con qualche ragazza …

Entri nella stanza e inizi a parlare. E mentre parli cerchi di capire che tipo è quella mamma, se le piace parlare o ascoltare; cosa piace al manager, se preferisce leggere o guardare un film e come  si trova il ragazzo in una stanza singola, se preferisce invece una doppia.

E  parli … e ascolti … e pensi …

E scopri che la mamma oltre alla figlia ha due cani, ma odia i gatti; che il manager aveva paura di volare e che il ragazzo non ha mai fatto l’amore è ha paura di non poterlo mai provare.

E tutto ti diventa familiare. Il salutarsi per nome, il sapere che oggi il marito non verrà, perché deve andare a sbrigare faccende burocratiche, che la mamma non verrà, perché oggi l’altro figlio ha la recita scolastica … e ti leghi … ti leghi … ti … leghi.

E ti leghi talmente tanto che non ti bastano venti minuti per smaltire tutto, perché pensi a quella mamma che, mentre sei a casa con tua moglie, le verrà detto che la terapia non ha risposto e dovrà iniziarne un’altra; al manager, mentre starai facendo la spesa, gli verrà detto che la febbre è causata dalla polmonite; e quando tu arrivi a casa dai tuoi amici per la cena programmata da tempo, al ragazzo inizieranno gli effetti collaterali della chemioterapia.

Ci si sforza, mi sforzo di non pensarci e il più delle volte non funziona.

Hai la necessità di chiamare in reparto per sapere come va, ma non è il caso … tanto torni domani. Vorresti mandare un sms al tuo collega per sapere come è andato il pomeriggio, ma il tuo collega sarà impegnato … e quindi è meglio non pensarci.

E pensi.

Forse nessuno se ne accorge, ma l’infermiere ha la capacità di capire determinate cose anche solo vedendo i parenti fuori dalle stanze.

Infatti, torni la mattina dopo e ti accorgi che il marito non è alla macchinetta per prendere il caffè e sai per certo che è accanto a sua moglie a stringerle la mano; la mamma starà accanto al figlio pronta con il catino per il vomito; e ti accorgi delle emocolture sul bancone e senza leggere il nome sai che sono del manager.

E inizi una nuova mattinata. Sorriso, ma non con le labbra, ma con gli occhi. Non si riesce a vedere il sorriso dietro la mascherina … gli occhi sì … e quelli parlano.

Entri in stanza in punta di piedi perché devi svegliare la mamma per il prelievo. Svegliare … non penso abbia dormito, ma non devi farglielo notare. Vai a fare l’ennesimo prelievo al manager e entri nella stanza del ragazzo, il letto è vuoto … torni dopo.

E si va avanti così.

Sempre.

Si cerca sempre di dare il meglio, di fare il meglio.

Non so se fra altri cinque anni sarò così, se mia moglie mi sopporterà ancora, se avrò sempre voglia di cantare … si vedrà. Per ora posso solo dire che il mio lavoro mi piace, lo faccio con passione e spero che questo si possa capire.

Il lavoro dell’infermiere comprende anche vittorie e sconfitte, complimenti e rimproveri, gioie e dolori.

I complimenti, com’è giusto che sia, non si dimenticano facilmente, e ricordo ancora quello di una moglie di un paziente. E’ stato ricoverato molto tempo e quindi il legame era ormai molto forte. Ci chiamavamo per nome. Sapevo quasi tutto. Quanto bene voleva a suo nipote. Che tipo di padre è stato per i suoi figli e che splendido marito era. Sua moglie, dopo avermi aiutato a cambiarlo per l’ennesima volta , spolto per il sudore a causa della febbre, mi appoggiò le mani sulle spalle e in un momento di sconforto disse:

“Io non so quanto bene tu possa volere a tua madre, ma devi ringraziarla sempre, ogni giorno della tua vita, per come ti ha fatto, e per quello che sei. Non avresti potuto fare altro che questo lavoro”.

Come puoi non tornare a casa sorridendo?

E come puoi tornare a casa e non pensare a loro?

Non penso che questo sia l’esempio del “portarsi a casa il lavoro” ma solo semplice umanità e non penso ci sia niente di così sbagliato.

Ferruccio

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