Quando la vita cambia colore

di Lisa Galli: un blog per i malati, per i loro familiari, per chi li cura e per quelli detti sani

Ci mancava solo l’incontro con il genitore perfetto!

Ottobre30

Di solito a casa mia funziona così: alla mattina i bambini li porta a scuola mio marito ed al pomeriggio li vado a prendere io.

Tutti i giorni lui li alza, imposta la colazione e si veste, mentre io mi do da fare sollecitandoli perché non perdano tempo.

L’inizio della mattinata è sempre frenetico: casa piccola, un solo bagno e ci siamo già detti tutto.

Poi ci sono le eccezioni che sono quelle che scardinano una routine che è sempre di corsa.

Ci sono le volte in cui mio marito, per lavoro, deve partire prima e quindi rimango da sola a spingere le creature a darsi una mossa, perché altrimenti arriviamo tardi a scuola.

In una di quelle mattine avevo fatto alzare i tre grandi dieci minuti prima.

La piccola dormiva e, come tutti i giorni, (perché occorre ricordarlo tutti i giorni) ho domandato loro di non svegliarla.

Ovviamente si è svegliata e questo ha comportato maggiore corsa e minore tempo mio a disposizione per tutti. Poi, fortunatamente, è arrivata mia madre in soccorso e tra un’esclamazione e l’altra sono riuscita a caricare i miei tre scolari in auto.

Era scontato che scattasse la ramanzina. Avete presente di quelle ramanzine che alla fine ti sei annoiata pure tu a parlare? Ecco di quelle!

Arrivati a destinazione li ho sollecitati a correre prima che la scuola chiudesse ed io dietro di loro a vedere che entrassero. Esausta, ma soddisfatta, sono ritornata alla macchina.

E’ stato lì, nel parcheggio della scuola, che ho incontrato il genio, quello che sa tutto di me ed io non so nulla di lui: il genitore perfetto.

Il genitore perfetto è quello che vuole essere sempre simpatico, che non ha mai un capello fuori posto, che si veste perfetto, che non corre mai, che senz’altro riesce ad andare davanti allo specchio alla mattina per vedere che sia tutto sotto controllo e che ti dice la frase che ti lascia interdetta:

 

“Ciao Lisa! Ci sei tu oggi? Allora finalmente ti sei dovuta alzare presto stamattina?!”

 

 

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16 dicembre 1939

Ottobre26

Oggi sono andata da mia mamma ed ho fatto in tempo a salvare due quaderni che ha scritto da bambina.

Li stava cestinando nella carta, perché dice che non vuole lasciare a noi figli questo impegno se dovesse partire improvvisamente … Questi suoi scritti scolastici di bambina di dieci anni mi inteneriscono: uno è un diario datato 1939 corretto dalla sua maestra, l’altro è il “Quaderno della Piccola Massaia”.

Dal suo Diario riporto quanto scritto il 16 dicembre del 1939:

“Questa mattina appena alzata vidi la neve. Io fui contenta, ma la mamma mi rimproverò dicendomi <<egoista>>, perché non pensavo che tanti non hanno la legna. Io ho capito che la mamma aveva ragione.”

 

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All’ufficio postale …

Ottobre24

Entro baldanzosa all’ufficio postale sentendomi molto furba.

Incredibile, non c’è nessuno!

Ho scelto l’orario migliore: le 13 e 30.

Saltello felice e raggiungo l’impiegato che sta scrivendo al computer seduto al di là del bancone. Attendo, non voglio disturbarlo, so aspettare il nostro momento, quando lui si volterà e mi domanderà garbatamente: “Desidera?”

Passano diversi secondi.

Il silenzio tra noi continua più del necessario, evidentemente sta salvando il mondo ed è giusto che non mi abbia vista.

Tossisco, leggermente. Nulla.

Allora domando timidamente: “Scusi?”

Lui, senza guardarmi, mi chiede: “Ha preso il numero?”

Ho la certezza che conosca già la risposta.

Tra me e me mi dò una spiegazione: “Forse hanno bisogno di sapere quante persone sono entrate in una giornata” e rispondo:

“Scusi … ha ragione lei … vado a prenderlo subito … sa nell’entusiasmo di non vedere altra gente sono corsa da lei!”

Cerco di fare la simpatica e lui continua a non guardarmi.

Torno alla postazione con il mio bigliettino ben in vista,  soprattutto per l’impiegato.

Atro silenzio.

Guardo in alto, prima a destra poi a sinistra e mi dico: “… ci sarà una telecamera nascosta e sono su Candid Camera …” 

Sono troppo intelligente!  Altri secondi …

Faccio per parlare e lui mi azzittisce: “Aspetti che chiami il suo numero!”

“Dai!” penso “Adesso salterà fuori qualcuno e mi dirà che è uno scherzo!” 

Osservo l’impiegato e in effetti è veramente bravo come attore, quasi quasi ci credo. Attendo ancora qualche minuto poi lui si gira e ad alta voce proclama: “55!”

Non voglio sbagliare, sono entrata nella parte, guardo il mio numero ed esultante annuncio: “E’ il mio!” Lui lo prende in mano, controlla pure ed io rimango sospesa nella speranza che vada bene, non si sa mai, forse ho capito male e ha detto 54.

Subito dopo mi sento cretina, mi volto per vedere se è entrato qualcuno così da pensare che ho fatto bene a dire che è il mio, altrimenti che senso ha?!

Ma non c’è nessuno, forse è meglio così, mi avrebbe preso per una pazza urlatrice.

Sono confusa e gli affido la mia raccomandata. Lui va a prendere la mia busta … ho paura che accada qualcosa … di avere sbagliato in qualcosa … non ho più certezze …

Mi fa firmare e mi saluta. Tutto qua?! Rimango in attesa. Dov’è il regista? Quand’è che lui mi dice di essere un attore? Solo così posso tornare a credere di essere la più intelligente del mondo, perché sono andata all’ufficio postale alle 13 e 30. Niente. Esco affranta, salgo in macchina ed aspetto un minuto fissando la vetrata e nella mia solitudine ad alta voce mi dico: “Ora qualcuno uscirà e gli darà una pacca sulla spalla dicendo: “Bravo! C’è cascata!” 

Invece no.

Ho impiegato 20 minuti nonostante fossi l’unica cliente.

La prossima volta vado alle 11, sbufferò per la fila, ma almeno avrò salvato la mia autostima.

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La resilienza della signora che non voleva mangiare

Ottobre18

In riferimento al post precedente “Resilienza: la forza da valorizzare dentro ognuno di noi”

Tante volte le persone dimenticano di avere già superato, in passato, momenti difficili e quando si ammalano si concentrano solo sulla patologia che devono fronteggiare. La resilienza è sempre lì, nella loro storia. Noi dobbiamo mantenere la fiducia nelle persone che incontriamo, pensando che siano capaci di andare al di là della sofferenza che vivono per aiutarle a ritrovare in se stesse la forza necessaria.

 

Una signora, ricoverata già da molti giorni, aveva smesso di mangiare e rifiutava completamente il cibo. La dottoressa mi chiese di valutare le sue condizioni prima di chiamare lo psichiatra. Entrai nella stanza, dopo aver bussato. C’era molta luce. Lei abbozzò un sorriso. Mi presentai mentre le stringevo la mano. Le domandai dei suoi giorni di ricovero. Mi rispose senza esitazione, manifestando a tratti una labilità emotiva: non riusciva sempre a trattenere le lacrime.

Tutto cambiò quando le domandai se aveva dovuto superare altri traumi precedenti alla malattia.

Inizialmente mi rispose di no. Allora precisai:

“Eventi non paragonabili alla sofferenza che lei prova in questi giorni, ma accaduti in precedenza che l’hanno fatta soffrire in modo simile, non uguale”.

Cercò nella sua memoria e si accorse che non era così lontano il tempo in cui aveva dovuto affrontare un divorzio complicato da un marito violento.

“Non avevo più ripensato a quel tempo, eppure avevo sofferto tanto, perché ero stata io a dover decidere di andarmene con i miei figli … è stata dura …”

“Come adesso?”

“Diversa”

“In cosa?”

“La malattia non l’ho scelta, all’epoca invece potevo scegliere di lasciare quell’uomo”

“Come adesso che sceglie di non mangiare?”

“Non mi va di toccare cibo”

“In passato le sembrava impossibile lasciare suo marito eppure c’è riuscita, oggi le sembra impossibile fronteggiare la malattia … a volte sembra più difficile affrontare ciò che possiamo scegliere che fronteggiare ciò che ci accade senza poter scegliere”

Rimase in silenzio fissandomi negli occhi. Si commosse nuovamente.

“Come fece allora?” le domandai.

Mi raccontò tutta quella storia di dolore.

“In quel tempo è stata veramente molto capace di tutelare lei e i suoi figli ed oggi cosa può fare?”

In quell’istante comprese dove volevo condurla col pensiero e mi raccontò quello che improvvisamente realizzò di essere in grado ancora di fare per se stessa e per i suoi figli. Quando mi alzai dalla sedia di fianco al suo letto, la salutai stringendole nuovamente la mano e le dissi che sarei tornata il giorno seguente. Ero sulla porta quando mi richiamò indietro:

“Dottoressa, per favore, può chiedere all’infermiera di riscaldarmi il pranzo?”

“Con molto piacere”

Resilienza: la forza da valorizzare dentro ognuno di noi

Ottobre11

Resilienza, nel senso di Risalire sulla barca della vita anche quando vacilla per gli scossoni provocati dagli eventi.

La Resilienza di un metallo è la sua capacità di resistere ad un urto, di piegarsi ma non spezzarsi.

La Resilienza di una persona, in psicologia, è la capacità di fronteggiare gli urti della vita e di superarli fortificata dagli stessi, senza lasciarsi sopraffare.

La Resilienza non è un unico aspetto di una persona, ma l’insieme di più capacità. Tratto dal mio libro Quando la vita cambia colore, che ha dato il nome a questo Blog: “La Resilienza di ogni persona, sana o malata, è riconducibile a due sfere: quella personale e quella familiare e ambientale.

Per quanto riguarda quella personale, è collegata a sette caratteristiche personali individuali:

  • introspezione, cioè la capacità di autoanalisi, l’inclinazione a porsi domande e a darsi risposte;
  • indipendenza, cioè la capacità di mantenersi alla giusta distanza fisica ed emotiva dai problemi, senza isolarsi,continuando a vivere nel proprio contesto familiare e ambientale;
  • interazione, cioè la capacità di creare e mantenere relazioni intime e soddisfacenti con le altre persone;
  • iniziativa, cioè la capacità di capire i propri problemi, in modo da affrontarli e controllarli;
  • creatività, cioè la capacità di partire dal disordine che porta l’evento traumatizzante e riportare l’ordine;
  • umorismo, cioè la capacità di sdrammatizzare;
  • etica, cioè la capacità di interiorizzare i valori condivisi di una società di appartenenza, in una determinata epoca.”

Ma a chi serve sapere di essere persone resilienti?

A tutti, soprattutto quando si pensa di non farcela, ma è altrettanto importante essere convinti che anche gli altri siano persone resilienti.

La Resilienza è un concetto utile a chi deve fare fronte alle difficoltà che incontra, ma lo è altrettanto per coloro che devono aiutare gli altri ad esprimere le proprie risorse: sia al medico che all’insegnate, all’infermiere, allo psicologo, all’educatore, ai genitori, ai figli, ai nonni … a tutti, proprio tutti.

Se si pensa che chi si ha di fronte possa riuscire a superare, grazie alle proprie capacità, le condizioni avverse che gli accadono, allora si sarà più pronti a valorizzare i suoi punti di forza all’interno di qualsiasi comunicazione.

Se ascoltando una storia ci si affeziona troppo alla storia stessa, cioè al punto di vista di chi ce la racconta, allora si rischia di perdere la possibilità di vedere quella storia da angolazioni diverse.

Non bisogna mai affezionarsi troppo ad una storia per come ci viene raccontata, perché la stessa appartiene non ad unici momenti, ma a percorsi di vita molto più complessi.

Chiunque creda che chi ha di fronte è qualcuno capace di risollevarsi dalla drammaticità della propria vicenda, sta aiutando già la persona stessa a risollevarsi, a divenire resiliente per quel determinato trauma. E’ ovvio che occorra, in ogni caso, mantenersi aderenti alla realtà, non si può nemmeno sovraccaricare la persona che si ha di fronte dell’arduo compito di dimostrare di essere resiliente quando non ha l’autostima necessaria a sostenerla. Lo sviluppo della resilienza è un percorso che attraversa il tempo e che necessita di consolidamento.

L’idea che l’altro sia una persona capace di affrontare la vita porta al successo delle relazioni umane; l’idea che la persona malata ed il suo familiare possano fronteggiare la malattia diventa così uno strumento di lavoro da utilizzare da parte di chi cura.

Momenti di intimità con i figli

Ottobre5

Qualche volta, quando si presenta l’occasione di uscire da sola con uno dei miei figli, lo faccio volentieri per dedicare a lui solo quel preciso momento.

Può essere una visita medica o l’acquisto di un capo d’abbigliamento o di materiale per la scuola.

Non sono molte queste occasioni, ma sono intime e piacevoli.

Ieri è stata la volta della mia bimba di cinque anni.

Ecco il cuore della nostra conversazione.

“Mamma sei anziana, hai i capelli bianchi … ”

“Ma tu lo sai che i capelli bianchi li hanno le persone sagge?!”

E lei, come al solito mi rimbalza con una domanda.

“Mamma, tu lo sai che sei la mamma più buona del mondo?”

Me lo chiede con il tono della voce di chi ha ricevuto questa notizia da qualcuno, di recente. E io ci casco e le domando:

“Ma chi ti ha detto questa cosa della mamma?”

“Ehhhh … me l’hanno detto i tuoi capelli bianchi, perché sono saggi …”.

E ride.

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Sabato 29 settembre 2012: Race for the Cure

Settembre28
Sabato 29 settembre 2012 ho il piacere di essere presente a Bologna ai giardini Margherita per uno degli incontri organizzati dalla Susan G. Komen Italia-Race for the Cure.
La mia partecipazione è prevista tra le 16 e le 17 per colloquiare con i presenti sul tema della trasformazione fisica e psicologica di chi deve fronteggiare, come persona malata e come familiare, il complesso percorso della malattia e della cura.
Il titolo dell’incontro è “Di nuovo io … dopo un momento difficile”e da scaletta saranno presenti, oltre a me, i seguenti professionisti del settore:
moderatore e relatore dell’incontro Dottor Gianni Saguatti, Direttore Medicina Radiodiagnostica Ospedale Bellaria;
Riccardo Cipriani Direttore responsabile UO Chirurgia Plastica Ospedale Sant’Orsola;
Laura Zaccagnini Direttore Affari Internazionali Cosmoprof
Aurelia Barbieri Donna in Rosa
Al termine, si terrà una dimostrazione pratica di trucco a cura di Franco Raspanti, make-up artist coinvolto da Cosmoprof
Ci vediamo domani e speriamo che sia una buona giornata di sole  …

“… aggiustando le mie cose …”

Settembre25

Le persone hanno la possibilità di trasformare le proprie idee.

 

Era rimasto ricoverato in ospedale, per diversi giorni, un signore tanto anziano quanto lucido.

Mi colpì per la freschezza dei suoi ragionamenti e per la capacità di non perdere il ruolo paterno durante l’ospedalizzazione:

fisicamente, si lasciava accudire dai suoi familiari, psicologicamente, era paternamente accudente.

Essendo lento, ma autosufficiente, non permetteva a nessuno dei suoi cari di rimanere a dormire di fianco al suo letto:

“Finché sono in grado di alzarmi da solo … faccio un po’ di fatica, ma ci riesco … non li voglio qua … e se poi si ammalano loro perché devono sacrificarsi per me? … no, no, no, glielo dico io che andiamo bene così, di notte ognuno a casa sua …”

“Durante il giorno come passa il suo tempo?” gli domandai

“Aggiustando le mie cose …” rispose “… non mi ero mai accorto di quante cose dovessi dire ai miei figli … a casa non c’è mai il tempo, ma qua dentro sono io con loro ad aspettare che la giornata passi, allora ho domandato a loro diverse cose … sa, un figlio può pensare che un genitore a volte non sia stato corretto o abbia fatto qualcosa di sbagliato nella vita … io invece non ho fatto mai nulla di male, non ho mai tradito loro madre e l’ho voluto dire a loro e ci stiamo dicendo tante altre cose … non l’abbiamo mai fatto … mi serve stare qua dentro, meno male che mi hanno ricoverato e se mi tengono ancora un po’ qua, faccio in tempo a dirne altre …”


Il dolore che provoca disagio …

Settembre24

Come anticipato nel post “Parlami, ti ascolto in silenzio” in diversi mi hanno scritto in riferimento a quanto raccontato in “Ha attraversato la strada per non salutarmi”.

Ringrazio Monica per la sua mail e per l’autorizzazione a pubblicarla.

E’ importante conoscere il pensiero e lo stato d’animo sia del malato che del familiare. Monica, con la sua testimonianza, mi permette di sottolineare con maggior forza il ruolo di quest’ultimo.

 

Ti scrivo in merito a quanto pubblicato sul tuo blog, cioè alle persone che fanno finta di non vederti per non salutare.

Capisco … da non malati spesso si fanno figuracce, la cosa migliore è comportarsi in maniera naturale, essere partecipi del dolore altrui senza strafare con gli “addolcimenti”, si rischia di cadere nel patetico!

Non hai menzionato però un’altra categoria che spesso ha difficoltà a relazionarsi con i non-malati

I famigliari dei malati o chi ha subito un grave lutto. Io mi sono sentita emarginata, e non esagero, la gente aveva paura a parlare con me, mi sentivo esclusa, e non lo sono stata, esclusa. Poi ci sono le uscite poco felici. Me ne ricordo ancora. Quasi 19 anni fa, quando è morto mio marito, una mia collega, di 28-29 anni, che era da un po’ che non vedevo, incontrandomi in parcheggio mi ha chiesto come stavo. Io ho risposto “così così”, stando sul vago, non era ne’ il luogo ne’ la persona adatta con la quale entrare in dettagli e confidenze. La sua risposta è stata: “Ognuno hai i suoi problemi!”

Ma che problemi aveva lei se non pensare a quale smalto mettere da abbinare al vestito nuovo ???!!! 

Io che a 28 anni mi ritrovavo senza un marito e con un figlio di 3 anni da crescere! Questa cosa mi ha fatto arrabbiare parecchio e lo fa ancora!!! 

Ma la gente prima di parlare dovrebbe pensare o ancora meglio non dire nulla. 

IL SILENZIO VALE PIU’ DI MILLE PAROLE!

Questa, è successa di recente: un’amica della Sabrina con la quale eravamo a cena mi ha chiesto se ero separata, io ho detto “no, vedova”. Lei si è subito scusata che non lo sapeva … ma cosa c’è da scusarsi? Non lo sapevi non è mica una colpa. Mi rendo conto che se parlo sinceramente della mia situazione metto in imbarazzo gli altri, non sanno più cosa dire … allora sto sul vago, do delle risposte non-risposte! 

Ma perché per evitare imbarazzi alla gente non posso essere sincera? 

Perché il dolore altrui mette tanta paura?

Mi sono sentita in imbarazzo anche io nei confronti delle persone che stavano soffrendo, ma mi sono limitata ad una stretta di mano o ad un abbraccio. Le nostre parole in certi momenti sono superflue, sanno di frasi fatte, di bigliettini dei Baci Perugina. Poi sta alla sensibilità delle persone, capire chi hai di fronte, se ha la confidenza giusta e la voglia per sfogarsi e parlare

… ma questo è ancora più complicato.

Monica

 

I figli riescono a sorprenderci sempre …

Settembre23

E’ quando pensi d’avere tutto sotto controllo che ti accorgi che la lotta è impari: 

i figli hanno molta più fantasia dei genitori!

 

Ho portato la mia bimba di quasi sei anni al Teatro per fare le audizioni del coro delle voci bianche. Le piace cantare.

I due Maestri preferiscono conoscere i bambini prima di incominciare le lezioni e li ascoltano da soli, uno alla volta, per sentire l’intonazione della loro voce.

Quello stesso giorno mia figlia era appena stata dalla dentista per mettere l’apparecchio fisso. Prima d’entrare nella sala le ho domandato:

“Vuoi che ti accompagni dentro così dico ai Maestri che oggi parli male per l’apparecchio ?…” 

“No, mamma, glielo dico io” mi ha risposto sputacchiando.

Fiera di una figlia così coraggiosa, l’ho guardata entrare nella stanza e dirigersi, con passo deciso, verso di loro. Lo ammetto, ho pensato con ammirazione: “Che brava!!!” 

Quando è uscita le ho chiesto: “Tutto bene? Hai cantato la tua canzone?”

“Sì mamma, ma il Maestro non la conosceva ed allora mi ha detto di cantare Tanti Auguri”

“ E tu l’hai cantata? …”

Allora lei, con quei suoi begli occhioni neri, grandi grandi, con quella sua boccuccia così delicata (anche se la saliva la faceva un po’ incespicare), con la vocina angelicata e la naturalezza di chi non vuole offendere nessuno, mi ha intonato “Tanti auguri” … ma le parole erano un po’ diverse da quelle che mi aspettavo:

“Tanti auguri a te,

ma la torta a me, 

assomigli ad una scimmia, 

ma tu puzzi di più …”

 

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